Edizione 2020

PERCORSI


Rappresentare il femminile

Dall’immagine del corpo della donna nella società alla violenza di genere: il teatro diventa il luogo dove affrontare uno degli argomenti più dibattuti degli ultimi anni. Una prospettiva articolata, fatta di voci femminili diverse: dal palco a un’esperta di gender studies per un dialogo aperto al riparo da luoghi comuni e banalizzazioni.

POINGS (Pugni)

Teatro i, 29 – 30 novembre 2019

di e con Pauline Peyrade

un progetto Piccola Compagnia della Magnolia

Poings (Pugni) è una battaglia per riappropriarsi di sé. Ci racconta i cinque momenti cruciali di una relazione amorosa tossica, dal primo appuntamento alla rottura, tramite lo sguardo di una donna in stato di shock, che si affanna per dare un senso a ciò che ha vissuto. Sensibile è la perdita di riferimenti. Stancarsi a morte per potersi risvegliare, distruggersi per ricostruirsi, andare il più possibile lontano per tornare vicini a sé stessi. Ogni esperienza esplora uno stato limite per rivelare la forza implacabile del rifiuto e della resistenza che risiede nel nostro essere più profondo.

TRIEB_L’indagine

di e con Chiara Ameglio

regia Chiara Ameglio

collaborazione artistica e alla regia Marco Bonadei

direzione tecnica e light design Giulia Pastore 

sound design Diego Dioguardi

realizzazione maschere Marco Bonadei

produzione Fattoria Vittadini e Campsirago Residenza

Riflettendo sul concetto di unicità e complessità della persona, sulla coesistenza di luce e ombra in ogni identità, lo spettacolo mostra l’esperienza di una liberazione e di un’ammissione. La protagonista è sospesa nel tempo, tra l’umano e il mostro. Qualcuno la sorveglia. Cosa accade se incontriamo quello che ci fa più paura? Siamo capaci di amare anche ciò che ci rende imperfetti? L’impulso (in tedesco: Trieb) alla malvagità, all’azione crudele, all’atto efferato, al crimine è qualcosa a cui i mezzi di comunicazione di massa, in particolare la televisione, si rapportano spesso. Il mostro diventa allora un’attrattiva con la spettacolarizzazione dei fatti di cronaca nera: stragi familiari, pedofili, madri che uccidono neonati, femminicidi; il male diffuso in modo capillare è presente in ognuno di noi, crea un substrato di ansia e di paura. La società, impegnata nella costruzione di un individuo socialmente prevedibile e manipolabile, non può che essere ostile al “mostro”.

Incontro con CARLOTTA COSSUTTA – Filosofa di genere

Assegnista di ricerca in Filosofia Politica presso l’Università del Piemonte Orientale, ha conseguito il dottorato presso l’Università di Verona con una tesi sul legame tra biopolitica e soggettività delle donne dal titolo «Corpi pubblici: cittadinanza, maternità e potere a partire da Mary Wollstonecraft». È parte del centro di ricerca Politesse – Politiche e teorie della sessualità, con cui porta avanti alcuni dei suoi interessi di ricerca: i femminismi, le teorie queer e la storia del pensiero politico delle donne.


La città come palcoscenico

Troppo spesso si abita in una città senza viverla davvero, concedendo alle sue bellezze e particolarità solo sguardi distratti. Un percorso attraverso performance site-specific in dialogo costante con l’ambiente urbano, per esplorare Milano e guardare alla città come elemento complesso: palcoscenico plasmabile e interpretabile ma anche voce viva dei suoi abitanti.

L’UOMO CHE CAMMINA

9 ottobre, spettacolo itinerante

per Zona K/ Danae Festival

ideazione, drammaturgia e regia a cura di DOM- / Leonardo Delogu, Valerio Sirna

produzione Teatro Stabile dell’Umbria, ZONA K, Danae Festival, Terzo paesaggio

con Antonio Moresco, Paola Galassi e Isabella Macchi

con la partecipazione degli allievi di ITAS Giulio Natta di Milano

organizzazione e guida Francesca Agabiti

liberamente ispirato al fumetto di Jiro Taniguchi – L’uomo che cammina

testi inediti Antonio Moresco

elaborazione suono Lorenzo Danesin

collaborazione Museo Del Novecento, Milano Sport, Abbazia di Chiaravalle, Hotel Corvetto 

Dopo il grande successo ottenuto nella scorsa stagione, ritorna l’operazione straordinaria di DOM- che, a partire dalla graphic novel di Jiro Taniguchi, costruisce una drammaturgia di spazi in cui lasciar esplodere il confine tra centro e periferie, tra urbano e terzo paesaggio, tra umano e non umano. Un uomo, lo scrittore e drammaturgo Antonio Moresco, percorre la città passeggiando. Attraverso il suo viaggio il paesaggio si apre e si nasconde agli occhi del pubblico che lo segue a distanza, come a spiarlo, in bilico tra identificazione e distacco. Gli spazi si susseguono come in un ininterrotto piano sequenza – una piazza, una stazione, una cattedrale, un campo incolto, una palude, una piscina pubblica, un motel. L’esperienza viva del cammino diventa il pretesto per un corpo a corpo con il reale.

Incontro con FRANCESCA SERRAZANETTI – Architetto 

Dottore di ricerca in architettura, dal 2007 insegna e svolge attività di ricerca al Politecnico di Milano approfondendo in particolare i temi legati ai processi creativi, alla relazione tra spazio e arti performative, tra teatro, architettura e città. Scrive di teatro e di architettura su diverse testate e pubblicazioni e dal 2018 è redattrice della rivista “Casabella”. Cura progetti editoriali ed espositivi per case editrici (Moleskine, Electa, Rizzoli International) e istituzioni culturali (La Triennale di Milano 2016, La Biennale di Venezia 2014, FAI-Fondo Ambiente Italiano 2009-2014). Dal 2010 per Moleskine dirige una collana editoriale, nell’ambito della quale ha curato diverse monografie sui processi creativi.


Electronic devices

Superando le resistenze dei più nostalgici, la tecnologia si è oggi aggiudicata un posto d’onore anche in teatro. In che misura questo influenza il nostro essere spettatori? Attraverso la visione di spettacoli ‘ad alto tasso tecnologico’, gli studenti saranno invitati a indagare i linguaggi della contemporaneità.

PRÓXIMO

22-24 novembre, Teatro Franco Parenti

per Zona K

testo e regia Claudio Tolcachir 

con Santi Marín, Lautaro Perotti

luci Ricardo Sica

scene Sofia Vicini

costumi Cinthia Guerra

organizzazione Teatro TIMBRe 4

produzione Jonathan Zak, Maxime Seuge

Possiamo amare senza toccare, senza sentire l’odore, senza la pelle dell’altro? Cosa succede al corpo quando l’amore porta lontano, oltre i nostri limiti? Per la prima volta in Italia, l’ultima creazione di Claudio Tolcachir, protagonista indiscusso della nuova scena argentina e regista pluripremiato a livello internazionale. Sul palco, la trama erotica che vincola due uomini soli che seppur geograficamente distanti diventano necessari l’uno per l’altro. Il pubblico è testimone della nascita e dell’elaborazione di questo amore, fatto di conquiste, di silenzi, di emozioni e di sguardi filtrati dallo schermo, e soprattutto di linguaggio. Quello del regista è un omaggio, in un mondo rassegnato e depresso, alla resistenza, all’amore come atto di resistenza.

THE MILAN EXPERIMENT

6-8 dicembre, Accademia di Brera

per Zona K

di Imaginometric Society

L’Imaginometric Society ha fondato una nuova scienza in grado di identificare e misurare l’immaginazione dei visitatori. A tal fine ha concepito un nuovo strumento scientifico: l’Imaginometro. Lo strumento è incentrato sul primo principio dell’Imaginometrica: l’immaginazione accade solo là dove vi è interazione tra esseri umani. I visitatori potranno osservare l’Imaginometro in funzione, contribuire a formarlo oppure essere coinvolti nell’esperimento. In tal modo vivranno un’esperienza personalizzata e non replicabile. Il singolo visitatore condividerà con un gruppo di performers una condizione comune: l’inaspettato, mettendo in pratica il secondo principio dell’Imaginometrica: l’immaginazione aumenta quando riflette se stessa.


Art in action

Ospiti del PAC, fiore all’occhiello del circuito museale di Milano, i nostri acrobati s’immergeranno nel mondo caleidoscopico dell’arte contemporanea e non solo. Condotti da esperti del settore in un interessantissimo percorso che va dall’arte visuale alla performance, i ragazzi avranno modo di esplorare la ricchezza espressiva del lato creativo del mondo.

IF, IF, IF, THEN

26 ottobre, PAC

per Danae Festival

concept, regia e coreografia Jacopo Jenna

musica Caterina Barbieri

danza e collaborazione Nawel Nabù Bounar, Sly, Andrea Dionisi

direzione tecnica e disegno luci – Giulia Broggi

print designer Caos et Blue

costumi Eva di Franco

organizzazione Luisa Zuffo

produzione KLM – Kinkaleri, Le Supplici, MK

co-produzione Centrale Fies, Danae Festival

If, if, if, then è una serie probabilistica, un algoritmo sull’evoluzione. Uno dei principi del Darwinismo universale è che ogni informazione che subisca variazioni e sia selezionata produrrà progetto.

La coreografia tende a ricollocare culturalmente grammatiche diverse di movimento, definendo una forma astratta di costruzione ed osservazione della danza. Una stratigrafia profonda, di immagini su immagini; una sotto l’altra, una dopo l’altra, costituendo un infinito palinsesto di dati visivi, situati nei giacimenti iconografici dei nostri repertori, dei nostri archivi e, soprattutto, della nostra influenza mimetica. Il corpo vuole essere presentato come la realizzazione di un potenziale virtuale di innumerevoli stati materiali, che solo in parte si concretizzano nel tempo attraverso un processo continuamente ridefinibile. I danzatori sono contenitori postmoderni, un insieme articolato di riferimenti ibridi legati alle varie forme di street dance e alle pratiche della danza contemporanea, con le quali possono spostarsi in un secondo da questo a quel codice, senza tuttavia mai trovare un terreno stabile su cui sostare. In questo progetto la danza si sviluppa attraverso un flusso multiforme in continuo cambiamento di forze, in contrasto o in dialogo con la parte sonora curata dalla compositrice Caterina Barbieri attraverso un utilizzo espanso di sintetizzatori modulari analogici. Caterina esplora gli effetti psico-fisici della ripetizione, studiando il potenziale polifonico e poliritmico dei sequencer per disegnare geometrie complesse nel tempo e nello spazio, creando pattern di un’immensa grazia per esplorare la percezione umana inducendo un senso di estasi e contemplazione.

Incontro con GIOVANNI RENZI – Storico dell’arte

Ha conseguito un dottorato in Storia dell’Arte all’Università di Padova. Si è occupato di storia della pittura quattro-cinquecentesca nel Nord-Italia ma anche di interferenze tra campo figurativo e campo letterario, nel passato come nel Novecento. Ha partecipato alla realizzazione di diverse mostre, a Milano e non solo (tra le altre, Bernardino Luini e i suoi figli, in Palazzo Reale nel 2014, e Il Rinascimento di Gaudenzio Ferrari, nel 2018). Da anni collabora con il FAI – Fondo Ambiente Italiano per la realizzazione di corsi di divulgazione storico artistica.

Visita guidata alla mostra di  CESARE VIEL. PIÙ DA NESSUNA PARTE 


LA FINALE

VINCITORI 

Allegra Boccardi – Liceo Manzoni, classe II D

Elia Francesco Galasso – Liceo scientifico A. Einstein, classe 3B   


OUTPUT

You fight! – recensione di Allegra Boccardi

You fight, che significa letteralmente “Combatti!”, è un titolo originale per uno spettacolo teatrale;  ci siamo mai chiesti noi per cosa combattiamo, per quale motivo e a quale scopo?

Il collettivo Kokoschka Revival ha cercato di dare una risposta a questa domanda attraverso la composizione di uno spettacolo intitolato appunto “You Fight” messo in scena a Zona K, uno spazio culturale che dà particolare attenzione alle espressioni e alle riflessioni contemporanee sul presente. Infatti il collettivo con questa rappresentazione propone un suo punto di vista sulla tecnologia. La regista sceglie di ambientare lo spettacolo all’interno di una piattaforma virtuale poiché desidera sottolineare il fatto che con questa rappresentazione non vuole criticare la tecnologia in generale ma il rapporto intimistico e assolutistico che attua l’uomo con essa.

In questa piattaforma, chiamata  “You fight”, ogni individuo combatte per vivere e guadagnare soldi che riceve sotto forma di crediti. Le due protagoniste si sfidano a Chess Boxing, un gioco dove si alternano boxe e gli scacchi. Su di essa è possibile passare anche del tempo libero, portando così tutti coloro che la utilizzano a trascorrerci la vita intera. Catapulta le persone in un mondo all’apparenza straordinario ma che al contrario nasconde diverse insidie: infatti, costringe una persona a vivere una vita di tipo  virtuale e abbandonare completamente quella reale. Di conseguenza una persona perde ogni contatto con amici e familiari, diventa ossessionata dal proprio cellulare e si isola da tutto ciò che accade intorno a lui. L’unico modo per raggiungere l’autonomia e la serenità è emanciparsi dal telefono e tornare a vivere nella vita reale recuperando tutti i rapporti di amicizia trascurati a causa della tecnologia.

La regista ha scelto di non utilizzare mai dialoghi tra le due attrici ma ha reso la storia attraverso suoni molto concreti e luci a neon che richiamano quelle degli smartphone. La mancanza delle parole simboleggia l’annullamento dell’identità di una persona; difatti un individuo esprime se stesso e ciò che pensa attraverso il linguaggio, se questo però viene meno, di conseguenza viene annientata la persona stessa. Non essendoci dialoghi non c’è un’interpretazione univoca di ciò che accade nello spettacolo, ma sta quindi allo spettatore interpretare secondo il suo pensiero e la sua storia le diverse scene e rielaborarne il contenuto.

Le due protagoniste, nonostante condividano lo stesso spazio reale, non si guardano mai in faccia perché vengono risucchiate completamente dalla macchina, la quale diventa un’ossessione ed un vero e proprio stile di vita. Proprio perché vengono assorbite dalla macchina, una non riesce ad avere empatia nei confronti dell’altra, e di conseguenza non la riesce a capire. Quindi, l’unico modo per capire l’altro ed immedesimarsi in lui, è vedere ciò che vede lui attraverso un particolare macchinario utilizzato dalle due attrici durante lo spettacolo: solo così una persona si può mettere veramente nei panni di un’altra.

Lo spettacolo è  interessante e soprattutto originale perché espone una tematica molto attuale come quella della tecnologia in modo singolare ed entusiasmante attraverso i combattimenti di due attrici, le luci a neon che riprendono quelle dei cellulari e suoni concreti che sostituiscono le parole. Attraverso questo spettacolo si individua la reale problematica conseguente ad un uso sbagliato della tecnologia. Si riesce a capire infatti quanto sia difficile per le due ragazze staccarsi dal cellulare  perché è diventato un mezzo intimo e personale, che entra a far parte di una persona e la caratterizza. All’interno del telefono sono presenti ricordi e pensieri che contraddistinguono ogni persona; il cellulare diviene dunque una memoria esterna e un deposito di ricordi, dal quale risulta impossibile allontanarsi. Il titolo della rappresentazione dà un segnale forte e chiaro: Combatti! Ognuno poi interpreta in modo diverso questo ordine e ognuno sa per che cosa deve combattere veramente ogni giorno. Tutti conoscono la causa tranne le due protagoniste dello spettacolo , le quali, prese dalla disperazione di vivere all’interno di una macchina e dipendere in tutto e per tutto da essa, combattono senza neanche un motivo.

L’indifferenza – recensione di Elia Francesco Galasso

L’occidente sta morendo: inventiamo l’inutile e dimentichiamo l’utile, siamo distratti da mode passeggere e lasciamo da parte i rapporti umani, siamo tanto ‘’social’’ quanto asociali. Abbiamo perso l’abitudine al dialogo, non ci confrontiamo e teniamo emozioni e pensieri dentro di noi con il rischio di esplodere. Ma Franco (Luca Mammoli) e Anna (Valeria Perdonò), i due coniugi protagonisti dello spettacolo L’indifferenza, vengono costretti a parlarsi  veramente da un personaggio bizzarro e misterioso: Aldo, interpretato da Woody Neri. Pablo Solari (lo scrittore e direttore dello spettacolo) attraverso il personaggio di Aldo, fa riaffiorare nella mente di Franco dei ricordi dolorosi, dei ricordi di un passato violento, ignobile e macabro che insieme alle deboli luci di Fabio Bozzetta e alla musica incalzante di Alessandro Levrero catturano ipnoticamente l’attenzione dello spettatore. La scenografia di Maddalena Oriani è semplice e immediata in tutte le poche scene che si succedono velocemente nel corso dello spettacolo. Colpisce il ripetuto accostamento di alcuni oggetti e riferimenti religiosi ad atti di profonda brutalità: gesti di reale, crudele e macabra violenza paragonati a miracoli divini e scene di ripetuti e crudi assassinii compiuti sotto il pietoso sguardo del crocefisso; il sacro e il profano si scontrano provocando un’ondata di angoscia e liberazione.

Franco e Anna trovano nel dialogo l’unica luce capace di rischiarare le tenebre delle loro difficoltà causate da una società decadente che come unica forma d’arte viva ha la fantasia nella vendetta e nella guerra, che rinchiude il frutto geniale e inestimabile degli artisti del passato in teche funebri di musei cimiteriali: l’arte dell’inanimato. Grazie al dialogo i due amanti imparano a conoscersi veramente, imparano ad amarsi veramente ma soprattutto imparano a vivere veramente superando, così, l’indifferenza. Comprendono che la monotonia della vita domestica quotidiana ha distrutto la melodia incostante e allegra della vita trasformandoli in morti che distruggono invece di creare; affrontando insieme le paure, gli sbagli e il passato traumatico finalmente assaporano l’ebbrezza di sentirsi vivi ‘’come una bambina che sente il proprio sangue che esce da dentro e in quella sensazione, in quell’odore, si sente viva’’.


PARTNERSHIP

Teatro i, ZONA K, Danae Festival, PAC