EDIZIONE 2025

Nel corso delle attività proposte da SOTTOBANCO, gli studenti hanno seguito un ciclo di lezioni e hanno assistito a spettacoli e performance; alla fine del percorso si sono poi cimentati in un concorso di critica teatrale. I candidati finalisti hanno inoltre avuto l’opportunità di partecipare a un ulteriore workshop.

Quest’anno i 25 student3 selezionati (12 da Milano, 8 da Firenze 5 da La Spezia) hanno preso parte a un progetto di mobilità nazionale dedicato alla critica teatrale, pensato per persone dai 15 ai 19 anni. Condotto da Stratagemmi Prospettive Teatrali, ha coinvolto student3 che hanno partecipato ai laboratori attivati a Milano, Firenze, La Spezia e Sarzana in un percorso fatto di visioni condivise, scrittura e confronto critico. Durante Tutta la vita davanti 2025, il gruppo si è incontrato per la prima volta dal vivo: insieme, hanno creato una redazione temporanea che ha seguito il festival, pubblicando recensioni, interviste, rubriche e inventando nuovi formati per raccontare lo spettacolo dal vivo. Sabato 11 maggio, dalle ore 15.00, hanno inoltre condotto l’incontro Appunti per un teatro giovane, che ha coinvolto gli artisti e gli ospiti del festival in un momento di scambio orizzontale tra chi fa teatro e chi lo guarda per la prima volta da vicino.

Qui i nomi delle finaliste e dei finalisti del concorso 2025: Mattia Aiello (La Spezia), Giacomo Bargagni (Liceo Rodorico – Firenze), Alice Bolgiani (La Spezia), Leonardo Borghini (La Spezia), Chiara Bosisio (Liceo Carducci – Milano), Altea Briola (Liceo Carducci, Milano), Greta Ciceri (La Spezia), Demetra Cicognini (Liceo Carducci – Milano), Aldrich Dela Fuente (Liceo Rodorico – Firenze), Noemi Lachi (ISS Cellini Tornabuoni – Firenze), Yari Lazzerini (ISS Cellini Tornabuoni – Firenze), Ludovica Leotta (Liceo Donatelli – Milano), Filippo Lolli (Liceo Donatelli – Milano), Maria Laura Maltagliati (Liceo delle Orsoline – Milano), Lucia Montini (Liceo delle Orsoline – Milano), Sara Passariello (Liceo Carducci – Milano), Alessandra Pianon (Liceo San Carlo – Milano), Lorenzo Polletta (ISS Cellini Tornabuoni -Firenze), Carlo Rocchi (Sarzana), Teresa Romanut (La Spezia), Viola Salvadori (Scuola Russel-Newton – Firenze), Jacopo Sanches Arcos (ISS Cellini Tornabuoni – Firenze), Mattia Tacconi (Liceo Donatelli – Milano), Isabella Tesolat (Liceo San Carlo – Milano).


Potete leggere qui i contributi della redazione temporanea, pubblicati sul sito di Fuori Luogo – La Spezia:

Gli articoli:


Potete leggere qui le recensioni delle finaliste e dei finalisti :



Chiara Bosisio (4°G, Liceo Classico Carducci)

70 euro e sono tua.
Questo sembrano gridare coloro che, scannerizzato il proprio corpo, lo vendono come avatar su un apposito sito.
Di questo peculiare tipo di acquisto, con particolare inventiva e notevole schiettezza, si è interessato Simon Senn che, nel suo eclettico “Be Arielle F”, porta sul palcoscenico un siffatto alter ego digitale.
Autore e protagonista dello spettacolo, Senn si mette a nudo (letteralmente) davanti agli spettatori, rappresentando la propria personalissima avventura.
Lo spettatore è trascinato, tra coinvolgente musica e luci a dir poco psichedeliche, nel primo incontro di Simon con il corpo di Arielle, in cui egli, miracolosamente ma solo per un istante, si trova come incarnato in membra differenti.
In seguito alla prima, unica esperienza, Simon prosegue il suo percorso con l’avatar di Arielle, fino a quando, tormentato dall’inquietudine di star utilizzando l’immagine della ragazza senza conoscerla personalmente, tenta in ogni modo di contattarla.
La Svizzera di Simon è lontana dalla Gran Bretagna di Arielle, ma ciò non impedisce ai due di incontrarsi per parlare dell’inusuale esperienza vissuta. Simon non si sarebbe lasciato scoraggiare neanche se il Canale della Manica fosse stato largo il quadruplo.
Trovarsi in un corpo di donna è stato per Senn una rivelazione, che lo spinge a proporre ad Arielle, stretta tra i due una gioviale amicizia, di raccontare le proprie vicissitudini in uno spettacolo.
Detto fatto: le battute sono pronte, l’illuminazione anche, poiché tutto ciò che avviene sul palco è, a detta dell’autore, la spontanea esposizione delle emozioni provate da lui e Arielle, che svolge una simpatica e casalinga comparsa in videochiamata.
Ma, tuttavia, questo non è il punto focale del discorso. Il focus dello spettacolo è presentare delle emozioni reali e genuine, senza formalizzarsi su un’inappuntabile perfezione delle scene.
Di domande da un milione di dollari ce ne sono molte, e tutte, per uno stimolante spunto di riflessione, sono lasciate senza risposta.
È lecito utilizzare in questo modo l’immagine di un corpo reale?
Con questi speciali avatar, si può fare pressoché tutto di una persona, ma è corretto ed etico farlo davvero?
È necessario conoscere ed essere perfino amici di coloro che ci prestano la propria figura?
Senno non risponde a questi quesiti, permettendo allo spettatore di formare liberamente la propria opinione.
Che sia per il meglio o per il peggio, nessuno può negare che “Be Arielle F” impressioni e faccia discutere anche gli animi più scettici.


Altea Briola (4°I, Liceo Classico Carducci)

“Era follia pura, ma noi stavamo al gioco” sintetizza perfettamente l’ambiguità alla base di “ The Making of Berlin” dove il confine tra realtà e finzione è talmente sottile che lo spettatore è portato a mettere in discussione l’esistenza o meno di un limite tra verità e messa in scena.

Nella rappresentazione, la città di Berlino viene ritratta a partire dall’insolita vicenda di Friedrich Mohr, direttore di scena della Berliner Philharmoniker durante la Seconda Guerra Mondiale. Mohr racconta che a quel tempo, a causa dei bombardamenti continui, era diventato impossibile e pericoloso riunire l’intera orchestra in un unico luogo per le prove; la soluzione presa in considerazione era stata di utilizzare sette bunker dai quali l’orchestra divisa in piccoli gruppi avrebbe suonato. Tuttavia , visti gli inadeguati mezzi tecnologici del tempo, il desiderio di Mohr di eseguire il Götterdämmerung rimase un semplice sogno incompiuto fino a quando la stessa compagnia BERLIN, che prende quindi attivamente parte alla messa in scena, lo aiuterà a realizzare il suo desiderio eseguendo la marcia di Wagner contemporaneamente dai sette bunker e trasmettendola via radio.
Ciò che colpisce di questo “making of”, ultimo della serie Holocene, è che è un dietro le quinte che documenta l’intero processo di realizzazione teatrale e cinematografica della compagnia.                                                                                                           Lo spettacolo si alterna tra proiezioni, materiali d’archivio, musica dal vivo e risulta come ibrido di teatro e documentario cinematografico. È continuo il coinvolgimento del pubblico spinto a interrogarsi sulla veridicità della storia di Mohr in primo luogo, ma anche sulla veridicità del “making of” stesso: fino a dove si spinge la finzione? È tutto parte di un copione? C’è qualcosa di vero? E anche, quanto è legittimo alterare la realtà ai fini di una narrazione?

La compagnia teatrale belga BERLIN, con questo spettacolo diretto da Yves Degryse e messo in scena nell’affascinante Teatro LaCucina nella sede dell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini, sembra voler lasciare il pubblico con questi dubbi, forse per portare ad una riflessione sull’instabile equilibrio tra reale e immaginario, tra documentario e finzione. Forse la compagnia vuole anche ampliare il discorso al tema della disinformazione e fake news dei giorni d’oggi. 
Nonostante l’apparente mancanza di risposte precise ciò che stupisce di “The making of Berlin” è proprio la sua ambiguità che lascia il pubblico tra dubbi e riflessioni. 


Demetra Cicognini (4°I, Liceo Classico Carducci)

È una sera di novembre. Mi trovo all’interno del complesso che una volta ospitava il polo psichiatrico Paolo Pini. Manicomio: uno dei luoghi per eccellenza in cui la realtà diventa soggettiva, il tempo secondario. Entro in quella che era la cucina dell’ospedale, e che ora è un piccolo teatro: LaCucina, appunto. Il pubblico si siede su una scalinata e lo spettacolo, o meglio, la proiezione, inizia.

Berlino, 2021, il gruppo teatrale fiammingo BERLIN inizia a girare un documentario sulla capitale tedesca, e lo fa attraverso gli occhi dell’anziano Friedrich Mohr. Il ritmo è altalenante, dalla lentezza dei discorsi di Mohr alla caoticità della vita berlinese. Camera a mano, musica tecno e bunker convertiti a laser game; BERLIN ci trascina nella realtà underground.

Ma chi è Friedrich Mohr? Mohr racconta di essere stato il direttore di scena della Berliner Philharmoniker negli anni della seconda guerra mondale. Di esser diventato promotore della propaganda nazista, rimanendo in silenzio anche quando i suoi compagni venivano cacciati dall’orchestra in quanto ebrei. Allora la storia non è quella del 2021, siamo nel 1945 e la guerra è sempre più violenta; i russi stanno arrivando ma lo spettacolo deve andare avanti. La filarmonica non si fermerà. No, serve un ultimo sforzo, un’opera su vasta scala per ricordare che non tutto è perduto.

Un concerto dai bunker di Berlino. Il 19 aprile 1945 verrà suonata la marcia funebre di Friedrich Tod dal Götterdämmerung di Wagner. BERLIN vuole realizzare di nuovo questo concerto, nel 2021, con l’aiuto dell’orchestra dell’Opera e mandarlo in onda sulla stazione radiofonica Klara. Tutto sembra perfetto: restituire alla Germania un qualcosa del suo tormentato passato ma in una chiave poetica. Ma non è così. Il 19 aprile del 1945 non ci fu nessun concerto nei bunker.

Friedrich Mohr è un bugiardo patologico, lo schermo cade, il “dietro le quinte” avanza.

Ma allora chi è Friedrich Mohr? Mohr non è chi dice di essere, come ha potuto ingannare tutti? Perché nessuno si è chiesto se la storia che raccontava fosse vera? Perché sono tutti scandalizzati dalle le sue bugie? Che poi bugie non sono. Anche se la storia l’ha inventata resta vera dice Friedrich. Il pubblico ride, la situazione è vicina all’assurdo. Un documentario dev’essere vero, non può essere altrimenti. Perché BERLIN ha voluto finire comunque il lavoro e presentarlo? Mohr ha ragione, la storia è vera.

Chi è Friedrich Mohr? Lui è la Germania, una Germania devastata che davanti agli orrori e alle colpe è rimasta in silenzio, si è girata e ha continuato a cantarsi la ninna nanna. È un simpatico anziano che alle spalle ha il Terzo Reich, gli allarmi delle bombe, i bunker che tremavano, i parenti mai trovati sotto le macerie. Mohr è quello che ci rimane del passato, e la sua storia è la realtà.


Ludovica Leotta (3°N, Liceo Scientifico Donatelli)

Seguire la cosiddetta “strada maestra” significa sempre scegliere la via più semplice? Oppure comporta anche rinuncia e sacrificio? È proprio quello che Niccolò Matcovich e Laura Nardinocchi tentano di spiegarci tramite il racconto di una delle loro esperienze più significative: un viaggio per l’Italia, che li ha portati a riflettere molto sul rapporto che l’uomo ha con la natura, o meglio sul loro rapporto con la natura. Infatti nonostante cerchino di essere il più oggettivi possibile, Niccolò e Laura non riescono ad esserlo a pieno, elemento che può portare chi guarda lo spettacolo a sentirsene distaccato, perchè ciò a cui assiste è un’esperienza privata e potrebbe essere vista in modo diverso rispetto ad un’esperienza condivisa. Proprio per questo motivo lo spettacolo non si apre con una recitazione o con il racconto delle loro esperienze, ma con un’attività che va a coinvolgere direttamente il pubblico: gli spettatori sono invitati a fare una passeggiata (di dieci minuti circa), e ad osservarsi intorno nel modo più oggettivo possibile e una volta ritornati a teatro a descrivere ciò che si è visto, restando sempre imparziali. Aprire lo spettacolo in questo modo lancia di per sé una sfida nei confronti degli spettatori, rimanere equilibrati e imparziali infatti può risultare complicato, cosa che ci viene dimostrata nel corso dello spettacolo dagli stessi protagonisti.

Quanto è difficile evadere dal proprio metro cubo? Rinunciare alle proprie comodità per provare qualcosa di diverso, per scoprire ciò che ci circonda?
Sono gli stessi Niccolò e Laura che ci aiutano a riflettere su questo, perché loro come noi, hanno dovuto rinunciare alle tipiche comodità per compiere il loro viaggio, hanno tentato di superare le loro paure (con qualche vittoria e qualche fallimento). Mentre le loro tappe vengono descritte possono essere “visualizzate”, infatti i due le ripercorrono tramite la lettura di un diario creato da loro stessi, fanno uso di voci e suoni e sono utilizzati alcuni degli oggetti che li hanno accompagnati nel corso del loro viaggio come dei simboli, che uniscono di tappa in tappa, fino ad andare a creare un intreccio misterioso, facendoci capire che quelli non sono dei semplici oggetti, ma c’è qualcosa in più.
I protagonisti tentano il più possibile di rendere il pubblico partecipe e non osservatore, facendo domande su domande, e addirittura un’asta! In questo modo l’esperienza diventa realmente partecipativa, stimolando l’interazione di tutti i partecipanti.
È tuttavia importante soffermarsi nella fase finale dello spettacolo, in cui si apre un vero e proprio dibattito fra la natura e l’uomo, ed è il pubblico a decidere da che parte stare. Prendere posizione. Scegliere. Non astenersi.
C’è sempre chi, ad alcune affermazioni rimane indifferente, perché bisogna analizzare attentamente la complessità della situazione prima di scegliere da che parte stare, ed è difficile associare ciò che è giusto ad un’unica verità. È proprio questo lo scopo del dibattito, valutare la profondità della questione, i problemi che essa può causare e i vantaggi. La discussione alla fine si è rivelata a favore della natura, che da una parte rassicura perché ci fa capire che riflettere di più ci rende consapevoli ed è proprio la consapevolezza l’unica arma che abbiamo in nostro favore, ma dall’altra nonostante siano molti i pensieri giusti e positivi spesso rimangono solo tali, pensieri. Sono relativamente poche le persone che agiscono. La consapevolezza c’è ma non è abbastanza, si fa sempre fatica ad agire.


Filippo Lolli (3°M, Liceo Scientifico Donatelli)

“Entertainment” di Ivan Vyrypaev è un’opera che sfida le nozioni stesse di teatro e di spettacolo e, nello stesso tempo, invita lo spettatore a riflettere sulla natura dell’amore, del rapporto tra verità e finzione, realtà e menzogna. L’opera ruota attorno a una sequenza di domande e risposte scambiate tra due personaggi, Lui e Lei, attraverso le quali si cerca di capire quale sia la verità dietro ai sentimenti, l’estremo limite tra finzione e verità, tra gioco ed autenticità. In realtà, piuttosto che utilizzare una trama lineare, lo spettacolo è costruito come un gioco di rimandi tra finzione e realtà. Un uomo e una donna chiacchierano durante la rappresentazione teatrale, poiché lo spettacolo racconta di un amore proibito.
Tuttavia, il confine tra ciò che sta accadendo sul palcoscenico e nella loro vita reale si incontrano, e il ragionare sull’amore presente si trasforma in un’esplorazione dei sentimenti e delle emozioni.
Da questo punto di vista, il teatro diventa una metafora della vita: “siamo tutti attori su questa terra?” e “l’amore stesso potrebbe essere solo una recita?” Vyrypaev ha uno stile di scrittura ipnoticamente circolare con molte ripetizioni ossessive, raddoppi di idee e pensieri pungenti abbastanza insoliti. Tutte queste espressioni si contraddicono, andando a creare un vero e proprio paradosso che caratterizza tutta l’opera: se tutto è possibile, non c’è nulla di realmente vero neppure in ciò che desideriamo. La citazione “Tutto è possibile” appare
ovunque e rimane il nido d’amore di tutto l’immaginario, destinato a rispondere a tutte le eventuali domande che ci si pone sulla libertà, l’amore, la scelta e ciò che riguarda anche i legami umani. Uno degli aspetti più essenziali presente in questo spettacolo è l’idea di assenza: può un uomo amare una donna che non esiste? L’amore ha bisogno di un oggetto tangibile, o esiste indipendentemente da chi lo riceve? Le risposte non vengono mai
rilasciate, e la conversazione diventa sempre più indipendente. Tutto lo spettacolo, grazie a questo importante elemento, sembra viaggiare in un determinato cerchio, che si restringe sempre di più senza raggiungere il desiderio, che rende il pubblico spettatore in uno spazio chiuso, in cui ogni presupposto esiste solo sulla carta e quindi non è reale.
Infatti i confini tra realtà e finzione si sfaldano anche nella narrazione; gli attori sono consapevoli della propria performance, così come il pubblico che vi è coinvolto per rifletterci; e, alla fine, lo spettacolo stesso diventa un’interrogazione sul teatro. L’opera è quindi un’indagine sull’Amore, sul desiderio e, soprattutto, un’indagine sul teatro stesso, e sulla sua funzione.
Il finale, con ripetuti saluti di addio, non fa che far emergere ancor di più l’idea di figura circolare, che si ripete nel tempo, in cui i personaggi rimangono bloccati senza un’apparente via d’uscita. L’opera si chiude con l’affermazione “La luce brilla nell’oscurità”, lasciando il pubblico in sospeso tra la speranza e l’incertezza, in un’atmosfera difficile da capire, lasciandolo completamente spaesato.
“Entertainment” è un’esperienza teatrale che scuote e disorienta, portando lo spettatore a riflettere su domande fondamentali senza offrire risposte definitive.
Vyrypaev costruisce un’opera profonda e provocatoria, in cui il confine tra arte e vita si dissolve e non si riesce più a distinguere, lasciando spazio a un’unica grande incertezza: ciò che chiamiamo amore, è realtà o solo un altro livello della nostra recita quotidiana?


Maria Laura Maltagliati (5°M, Liceo Scientifico Orsoline)

“We Did It” si presenta come uno spettacolo ambizioso, con l’intento di riflettere sul cambiamento climatico, ma purtroppo manca di una struttura chiara e di coerenza espressiva. Fin dai primi minuti, lo spettatore si trova di fronte a una confusione scenica che sembra crescere senza mai risolversi, lasciando un senso di smarrimento che mina il potenziale del messaggio.
L’attore, al centro della scena, si muove seduto su uno sgabello posizionato attorno a oggetti simbolici come 3 sassi coperti di muschio, campanelle e un bicchiere d’acqua. Sebbene questi elementi sembrano voler comunicare qualcosa di profondo, risultano privi di un chiaro significato o collegamento logico. I movimenti dell’attore appaiono scollegati dal tema dello spettacolo e, invece di dare intensità alla rappresentazione, finiscono per sembrare gesti
casuali. La disposizione centrale, che avrebbe potuto evocare forza o concentrazione, appare invece debole e non giustificata da una necessità narrativa, comunica mancanza di focalizzazione scenica.
La presenza scenica, che potenzialmente avrebbero potuto rappresentare il punto culminante della lotta per la sopravvivenza o un simbolo fisico delle difficoltà legate alla crisi climatica, risultano anch’esse poco chiare o mal integrate. In alcuni momenti le azioni dell’attore sembrano pericolose senza però trasmettere una reale tensione drammatica.
Uno degli elementi più problematici dello spettacolo è la gestione del sonoro. Le voci fuori campo iniziali, come la voce del bambino o della donna che parlava in indonese, presumibilmente pensate per evocare l’innocenza del futuro o il peso della responsabilità verso le generazioni più giovani, risultano invadenti e caotiche. In particolare, la sovrapposizione di una voce in indonesiano e del monologo dell’attore genera confusione, spezzando il ritmo e distogliendo l’attenzione dallo svolgimento della trama, sovraccaricando in modo disordinato e confuso l’ambito sensoriale. L’eccesso di stimoli sonori non rafforza il messaggio, ma lo frammenta. Le voci non si integrano mai con ciò che accade sul palco, contribuendo piuttosto a una sensazione di disordine che ostacola la comprensione del discorso.
Per quanto riguarda le bioimmagini proiettate durante lo spettacolo, sono visivamente suggestive, ma mancano di una connessione chiara con la narrazione; immagini suggestive ma disconnesse. Pur essendo parzialmente affascinanti dal punto di vista estetico, sembrano inserite per puro effetto visivo, senza un legame emotivo con l’azione dell’attore. Questo uso disarticolato delle immagini finisce per disorientare lo spettatore, che fatica a comprendere il loro reale scopo all’interno dello spettacolo.
“We Did It” ha origine da una premessa rilevante e attuale, ma si perde in una confusione di suoni, immagini e movimenti sconnessi. Il risultato è uno spettacolo che, pur trattando un tema fondamentale come il cambiamento climatico, fallisce nel trasmettere un messaggio chiaro o coinvolgente, capace solamente di fare riflettere il pubblico sulle scelte stilistiche e di comunicazione anziché sul messaggio reale. Il pubblico è in grado di comprendere maggiormente lo spettacolo grazie ai tanti chiarimenti degli autori, che al posto di chiarire dubbi superficiali o domande di realizzazione di scena, si trovano a rispondere domande di incomprensione dell’argomento e della struttura del monologo.
Lo spettatore lascia il teatro con una sensazione di vuoto, non per il peso della riflessione proposta, ma per la frammentarietà e per l’incomprensione della messa in scena e infine per la mancanza di coerenza narrativa.


Lucia Montini (5°M, Liceo Scientifico Orsoline)

È “La mia fine, non la fine del mondo”. Non siamo giunti alla fine dei nostri giorni. Le nostre speranze non sono destinate a logorarsi nel tempo. È possibile vivere meglio e la soluzione risiede già nel nostro presente, semplicemente nell’immaginazione. Abbiamo l’opportunità di salvare la nostra sorte ogni giorno, creando immagini.

Questa è la realtà proposta da un uomo solo, che non è solo un attore, in una stanza buia, che non è su un palco. È fra di noi, ci sta raccontando qualcosa, come nella notte dei tempi, quando i più saggi raccontavano storie ai più giovani. Propone delle figure della mente, spingendoci ad immaginare. Più precisamente a «bioimmaginare». Si tratta di una nuova pratica, che può dare di nuovo vita (bio), far rinascere attraverso le immagini.
Ateliersì crede ad un mondo in cui “Ce l’abbiamo fatta”. La loro è soluzione è semplice. In We did it!, non è tutto perduto.
Prima di entrare la regista si rivolge a noi, possiamo appoggiarci al compagno, dobbiamo sederci per terra, come se non fossimo realmente a teatro ma in un posto diverso. Infatti, oltre che un mondo diverso, ci viene proposto un teatro nuovo, non convenzionale, che vuole il diretto intervento dello spettatore che, però in realtà, può intervenire solo in maniera passiva.
È apprezzabile il tentativo di essere positivi, di «ribaltare la gerarchia delle cose», di fare un teatro innovativo, ma se si parla di futuro, ad oggi, non si può solo ricamare parole in una stanza buia. Se devo credere a una realtà che non conosco, in cui il mondo non si sta sbriciolando e tutto va bene a differenza di adesso, ho bisogno di uno spettacolo realmente materico. Un teatro basato sulla presenza di un attore su un palco che sa farci percepire il suo peso, la sua verità, attraverso gesti, movimenti memorabili che catturino la persona che gli si trova davanti, una storia che prenda per mano (o che spinga dentro con la forza) lo spettatore e lo trascini nelle immagini che gli lancia. Se ciò non accade, se il teatro non sfrutta una delle sue componenti fondamentali, il corpo, per dare legittimità alla finzione che propone, si rischia di perdere lo spettatore, di farlo scappare da una storia in cui non si può ritrovare perché vista come assurda da questo. Il continuo girare dell’attore su uno sgabello, per quanto ricordi il ticchettio delle lancette di un orologio, diventa il banale predicare a un gruppo di persone. Non c’è teatro se non c’è partecipazione dall’altro lato. Manca il salto dell’immedesimazione che rende le storie palpabili, non basta proporre immagini ma bisogna renderle vive per definirle «bioimmagini».
Può essere una la scelta mantenere la distanza dell’attore, l’inafferrabilità delle sue parole, ma se si vuole fare un teatro che dia speranza e faccia credere noi, figli di una generazione che non sa più dove aggrapparsi nella corrente alienante del cinismo, alla possibilità di un futuro roseo, allora le parole devono essere rifugi. Fateci aggrappare a questa storia, facendoci effettivamente salire sulla zattera della speranza. Fateci ricordare quello che ci avete semplicemente detto, non comunicato. Non siamo stati trasportati, ci siamo fermati all’ascolto passivo. Storie vaghe scorrevano davanti ai nostri occhi ma non ci hanno preso. Non siamo stati guardati negli occhi, né sentiti partecipi.
Vi era la premessa per fare un percorso dentro di noi, delle parole evocative, di un mondo lontano che ci facevano sentire qualcosa che non avevamo mai sentito, ma è venuta meno quella componente fisico-spaziale che permette di viaggiare in posti nuovi, passo per passo. Siamo rimasti fermi, in quella stanza buia ad Affori, in un giorno di pioggia di ottobre. Nessuno ha abitato quello spazio, se non delle rocce, degli oggetti, dei simboli, che non sono stati mossi. Sono rimaste solo parole, sensazioni sparse, perse nel tempo.
L’arte non è solo evocazione ma è l’instaurazione di un rapporto attore-pubblico che nel teatro prende la forma della performance fisica e momentanea. Dunque, anche se si vuole portare il teatro ad un nuovo stadio di innovazione, oltre ad introdurre nuove tematiche, è fondamentale parlare per azioni concrete, che oltre a rimanere impresse nelle menti, coinvolgano direttamente coloro che sono seduti proprio per essere considerati. Il teatro è anche corpo, non solo battute e simboli. Il futuro siamo noi, le nostre azioni e idee concrete, non solo immagini momentanee e fuggevoli. Tentare di pensare a un mondo migliore è possibile, ma vi è ancora qualche problema nel crederci realmente.

Con We did it! non siamo diventati speranzosi ma un tema, per quanto in modo astratto, è stato aperto, e in modo nuovo affrontato, quindi “Ce l’abbiamo fatta” solo in parte. Sta a noi, esseri di questo pianeta, ripensare e riapprofondire questo futuro, che spesso ci appare come distante e inafferrabile, ma può diventare arte e quindi parole, spazi e azioni. Il futuro diventa teatro nel momento in cui decidiamo di costruirlo e farlo sentire agli altri sulla loro pelle. Tutto, in realtà può diventare teatro, finché c’è interazione, contatto, la creazione di un legame con altri umani, che accettano di credere nella visione del mondo proposta. Quel pomeriggio siamo stati trasportati a metà, Possiamo riprendere la strada per arrivare effettivamente a provare un mondo migliore?


Sara Passariello (4°I, Liceo Classico Carducci)

Alessandra Pianon (3°B, Liceo Classico San Carlo)

La costante distrazione data dalle notifiche del telefono è stato lo spunto creativo che ha dato vita allo spettacolo “Socialmente”, così condivide Claudia Marsicano. 
L’esibizione è interpretata dagli attori Claudia Marsicano e Francesco Alberici, che, tramite la loro creatività e incredibili capacità di recitazione, sono stati capaci di riprodurre lo stesso spettacolo per più di dieci anni, suscitando stupore su pubblichi diversi. 
Il teatro che ha accolto lo spettacolo è l’Elfo, la cui piccola area si è dimostrata un vantaggio per l’immersione all’interno dell’esibizione, quasi a simboleggiare quanto vicino a noi sono gli argomenti trattati (i social). 
La drammaturgia dello spettacolo è stata ideata dagli attori stessi e non manca di particolarità.  Le scene susseguono senza un apparente filo logico né temporale, ma sono piuttosto unite da un filo sottointeso che rappresenta il concetto alla base dello spettacolo. Le scene sono contrastanti tra loro, alternando esplosioni emotive e momenti di totale apatia.
La figura del ragazzo alterna momenti di estrema emozione, in particolare la rabbia, e momenti in cui appare logorato. La ragazza invece oscilla con straordinaria immediatezza, grazie alle capacità di Claudia Marsicano, fra la gioia o l’euforia e la completa disperazione. I due personaggi interagiscono fra loro in una modalità quasi surreale, senza mai guardarsi negli occhi tranne che nel finale, intrattenendosi con argomenti frivoli, di poco spessore.

La ragazza è perennemente suddivisa fra due alter ego: la versione idealizzata che ha di sé, la versione che è riuscita a realizzare i suoi sogni, a raggiungere la perfezione con cui tenta di mostrarsi sui social e la versione reale di sé che tenta di nascondere. È talmente persa nella fantasticheria di come vorrebbe essere che riesce a non dover affrontare com’è veramente. Non è sempre chiarissima la distinzione fra i due alter ego, il che rende l’idea che la realtà autentica e quella presentata nel mondo dei social si vadano a intersecare e confluiscano l’una nell’altra, rendendo difficile la distinzione fra ciò che è reale e ciò che non lo è. Questo concetto sui social e di quanto siano ormai parte della realtà è stato raffigurato da questo spettacolo in modo affascinante e al contempo terrificante.
Il ragazzo pare ribattere con frustrazione alla mancanza di cura e attenzione datagli sui social, sia da coloro che lo seguono sul profilo ma appaiono indifferenti a lui dal vivo che da una ragazza che lo rifiuta, provocandogli una reazione di estrema ira. È particolarmente spaventoso come ciò che una decina di anni fa voleva rappresentare una scena quasi distopica, ad oggi rappresenta ciò che è purtroppo la normalità. Le parole gridate dal ragazzo nascondono sfondi misogini e dimostrano la profonda insicurezza in lui. 

La scenografia, nonostante fosse nata da due ragazzi con un budget basso, si mostra attinente agli argomenti che porta avanti lo spettacolo e, seppur minimalista, affianca perfettamente la recitazione dei due attori. Il palco presenta una televisione, un divano e un frigo con sopra dipinto l’icona di Facebook. Quest’ultimo rappresenta un aspetto focale dello spettacolo: il portale tra la realtà e i social. La  concretizzazione dei social in un oggetto palpabile crea un senso di ambiguità poiché rende tangibile il contatto che hanno con la realtà, sottolineando nuovamente lo spazio che sta prendendo il mondo virtuale all’interno della nostra realtà. Alberici ha anche condiviso come la scelta del frigorifero fosse stata fatta per rappresentare la ridicolaggine di come di fatto ci poniamo di fronte a un oggetto inanimato. Sostituire un computer con un microonde o un frigo dà perfettamente l’idea di quanto sia assurdo essere schiavi di un elemento materiale. 
Il minimo utilizzo di luci, nato anche in parte dalla mancanza di sostegno economico, contribuisce enormemente all’atmosfera cupa che lo spettacolo mira a trasmettere, mettendo in luce solo gli aspetti fondamentali. 

Durante lo spettacolo è notevole la presenza di scene in cui i personaggi appaiono in negazione della realtà. Queste scene rappresentano il muro di distrazione dato dai social che ci divide momentaneamente dalla realtà. In una delle scene finali la ragazza ripete di fronte a uno schermo di “avercela fatta”, nonostante le lacrime e le sue condizioni dimostrino il contrario. Lo schermo le offre accesso a una via di fuga dalla realtà schiacciante che la circonda. 
In un’altra scena i due personaggi, posti in maniera quasi inerte di fronte al televisore, hanno una conversazione riguardante la morte di un topo. Nella conversazione uno dei due dice all’altro, riferendosi al topo “Se sei fermo sei morto”. Una frase che, se presa nel contesto della conversazione frivola che i due stanno avendo, risulta poco rilevante, ma che può invece evocare temi importanti se inserita nel quadro più ampio dello spettacolo. L’ironia che a pronunciare questa frase siano due persone praticamente statiche può far sorridere, ma lascia anche un sapore amaro in bocca. Due giovani che, consapevoli del danno che si stanno facendo, procedono a ipnotizzarsi davanti a uno schermo, rappresentano una reazione che, sebbene innaturale e irragionevole, è in realtà molto comune. In risposta a un sistema capitalista che sostiene il continuo movimento e la continua produttività, i social e dispositivi offrono momenti statici e di distrazione, portandoci ad associare il riposo con i nostri dispositivi. La scena del topo dimostra la nostra consapevolezza del danno che ci provocano i social e nonostante ciò il nostro continuo utilizzo di questi.

Il finale dello spettacolo raffigura i due attori in stati disperati in luci di colori differenti: una luce calda riflessa sulla ragazza e una blu sul ragazzo. I due personaggi finiscono per spegnersi, perdendo i sensi. Confrontato con le altre scene dello spettacolo sembra il risultato di un’esecuzione frettolosa. Il finale è lasciato ad ampia interpretazione, offrendo uno spazio di riflessione, tuttavia una scena di maggiore rilevanza e maggiore significato sarebbe forse risultata più proficua.

Lo spettacolo “Socialmente” esplora, in una chiave teatrale estremamente creativa e aperta anche a interpretazione personale, temi attuali. Non rappresenta l’ennesima critica ai social presentata in modo distante, ma piuttosto un’accurata riflessione del nostro rapporto con essi, che forza il nostro sguardo allo specchio. La visione è consigliata a un pubblico adolescenziale, attorno ai quindici anni, a causa dei contenuti espliciti.


Mattia Tacconi (3°M, Liceo Scientifico Donatelli)

Una notte, e mille frammenti di un uomo dispersi nella confusione di luoghi comuni, suoni disturbanti e luci accecanti, questo è Anse, scritto diretto ed interpretato dalle compagnie teatrali Usine Baug e Mezzopalco, che attraverso le loro specialità artistiche riescono a fondersi in un’opera teatrale e sensoriale, che dire completa sarebbe assolutamente riduttivo.
Infatti Anse, in scena al teatro Campo Teatrale di Milano dal 28 Gennaio al 2 Febbraio, è un’opera che riesce a soddisfare il pubblico a 360°, a far immergere il pubblico nelle ansie e paure del protagonista attraverso diversi elementi di disturbo ed immedesimazione, che riescono a far sentire sulla pelle ogni sensazione ed emozione, che il  ragazzo al centro di questa storia, vive in una notte che non sembra finire mai.
Tutto si apre con il buio, altro protagonista indiscusso dell’opera, poi si sente un canto, una voce calda ad inoltrarci nella psiche di un uomo frammentato e distrutto, alla quale terremo “compagnia” per una notte intera, poi quell’uomo si palesa alle nostre spalle,  da dietro ci fa sentire il peso e il significato di ogni sua singola parola ricolma di odio e disprezzo sulla volatilità del tempo, facendoci sentire sopraffatti anche noi da questa bestia incontrollabile.
Quale miglior inizio che questo per un’opera che fin dal principio ci fa capire il suo intento primario, ovvero farci dimenticare ciò che ci circonda e darci un’ora e mezza per riflettere ed a farci interrogare su chi siamo? Su cosa vogliamo?  E su altre mille domande che ognuno di noi si dovrebbe fare.
Tutto questo attraverso uno spettacolo dal forte impatto emotivo, dato da 3 protagonisti, infatti sul palco abbiamo solo un attore per l’intera durata dell’opera, ma sono tre i protagonisti che ci accompagnano in questa esperienza.
Il primo, è ovviamente l’unico uomo sul palco, un professionista, che riesce a districarsi in discorsi complicati e volutamente ripetitivi con grande maestria, alternando a volte una forma di rap/cantastorie che mi ha ricordato molto il cantautore italiano Rancore.
Il secondo, non meno importante, fondamentale per la riuscita dell’opera è il sonoro, inteso sia come musica che ci accompagna per gran parte delle scene, sia come i rumori disturbanti e asfissianti, che fanno sentire il pubblico oppresso infastidito come il ragazzo al centro dell’opera
Una funzione simile l’ha anche il terzo protagonista indiscusso, le luci, fondamentali nella riuscita di immagini e scene di forte impatto visivo, e nel trasmettere confusione e smarrimento in molte altre.
Il titolo anse (curve) non poteva essere più azzeccato, lo spettacolo è infatti un insieme di parabole ascendenti e discendenti cadenzate da piccoli momenti di respiro in cui la semplice ma molto efficace scenografia, composta da 7 ambienti differenti, cambia smaterializzandosi dietro il protagonista.
Essa infatti per quanto d’impatto, non serve a nient’altro che a darci un contesto, una scena da immaginare, un racconto da rappresentare, a noi pubblico interessa solo il soggetto dell’opera e la grande confusione e perdizione che c’è in lui, nei suoi gesti, nei suoi pensieri ma soprattutto nelle sue parole che pervadono la sala per l’intera durata dell’opera.
È difficile trovare un difetto in questo spettacolo, sembra (e forse è così) che ci sia stata una cura maniacale e perfezionistica di ogni elemento, tutto non è mai lasciato al caso, ogni particolare serve nella riuscita dell’opera, serve a darti un’emozione o un pensiero.
Forse l’unica imperfezione, puramente tecnica, è stata una musica in alcuni momenti, sovrastante rispetto al cantato, che rendeva molto poco chiare le parole del narratore/cantante.
Ad ogni modo, nonostante questa piccola pecca, il pubblico, composto per lo più da giovani, è sembrato molto partecipe ed attento alla rappresentazione.
Ho parlato tanto di emozioni e sensazioni, ma per capirle, per comprenderle nella loro essenza più pura non c’è altro modo che andare a teatro e mettersi in viaggio per un sentiero tortuoso, tra luce e buio, tra armonia e caos, tra silenzio e parola, tra concreto ed immaginazione, più semplicemente mettersi in viaggio per un sentiero colmo di anse.


Isabella Tesolat (3°B, Liceo Classico San Carlo)