Concorso 2026 Per una mobilità nazionale
I finalisti hanno preso parte a un progetto di mobilità nazionale dedicato alla critica teatrale, pensato per persone dai 15 ai 19 anni. Condotto da Stratagemmi Prospettive Teatrali, ha coinvolto student3 che hanno partecipato ai laboratori attivati a Milano, Firenze e La Spezia in un percorso fatto di visioni condivise, scrittura e confronto critico. Durante Tutta la vita davanti 2026 – presso Fuori Luogo, La Spezia il gruppo si è incontrato per la prima volta dal vivo: insieme, hanno creato una redazione temporanea che ha seguito il festival, pubblicando recensioni, interviste, rubriche e inventando nuovi formati per raccontare lo spettacolo dal vivo.
Qui i nomi delle finaliste e dei finalisti del concorso 2026: Giorgia Anakiev, Roberto Ciapponi, Francesca Cloe Di Genova, Emma De Stauber, Viola Fumagalli, Matilde Ghiggi, Annalisa Gulisano, Virginia Lovero, Orlando Maestri, Isabel Marino, Federico Mistrorigo, Marco Pecorari, Letizia Romeo, Giovanni Salamone, Greta Patrizia Tuminello.
Qui potete leggere i contributi della redazione temporanea del Festival:
Nel corso dell’anno 2025/2026 alcuni student3 hanno seguito un ciclo di lezioni e di laboratori di critica teatrale attivati da Stratagemmi Prospettive Teatrali; hanno inoltre assistito a spettacoli e performance. Alla fine del percorso si sono poi cimentati in un concorso di critica teatrale.
Qui di seguito potete leggere le recensioni delle finaliste e dei finalisti :
Giorgia Anakiev (3°G, Parini)
Dimenticate le piume colorate, i cinguettii spensierati e la satira politica “di pancia” dell’Atene del 414 a.C.: la riscrittura de “Gli Uccelli” di Aristofane firmata da Filippo Renda non è una commedia nel senso rassicurante del termine, ma un’operazione chirurgica sul desiderio umano e un dramma grottesco dove la risata, se arriva, ha il sapore amaro della cenere.
Al Teatro Litta va in scena uno strappo violento con l’originale greco, che sorprende anche lo spettatore più aperto a sperimentazioni e nuovi approcci. Apre con l’ unione dei due anziani ateniesi, Pistetero ed Evèlpide, in un unico protagonista dal nome che è già una condanna: Spietaldo. La sua scalata verso la fondazione di una nuova città tra il cielo e la terra non nasce da un anelito di libertà o di onestà, ma da una fame di riscatto che scivola rapidamente nel totalitarismo più lucido. Anche se l’interpretazione di Claudio Orlandini risulta alla lunga stancante perché recita sempre con lo stesso tono: usa una voce fissa, piatta e senza emozioni, che non cambia mai dall’inizio alla fine. Questa mancanza di sfumature lo rende un personaggio “a una sola dimensione”: è solo cattivo e rigido, senza mai un momento di dubbio o di umanità. Tuttavia, proprio questa freddezza quasi meccanica finisce per ricordare i dittatori moderni: nel suo modo di parlare robotico e autoritario rivediamo il cinismo di Putin, la fissità inquietante di Kim Jong-un o la severità assoluta di Khamenei. È a recitazione di un uomo che non vuole comunicare, ma solo dare ordini.
In questo percorso è accompagnato da quattro attrici che grazie all’uso di maschere leggermente stilizzate moltiplicano i propri ruoli, conferendo alle creature alate un’aura mitica e mostruosa. Per quanto questo rappresenti sicuramente un richiamo al teatro greco (e allo stesso Aristofane), i cambi repentini e numerosi e la cattività che generano sfociano in reale difficoltà di comprensione della storia se non la si conosce molto bene. Ho apprezzato la scelta dell’utilizzo di quattro attrici donne, una critica aperta alla società maschilista ateniese che usava solo attori uomini, e una decisione, che fa chiaramente capire l’intenzione riuscita del registra a rappresentare un tema molto attuale. Se nell’antica Grecia le donne erano escluse dal teatro e dalla società, Renda le mette al centro, denunciando come ancora oggi il potere maschile cerchi di schiacciare la voce femminile. È un richiamo potente alle lotte attuali per la libertà che vediamo in tutto il mondo. L’estetica dello spettacolo rinnega ogni solarità greca del teatro comico e ci immerge in un ambiente post-industriale, dove la scenografia è dominata dall’oscurità squarciata da “fiondate” di luce saturata da densi banchi di fumo. Anche la colonna sonora rompe drasticamente con il passato: non ci sono armonie classiche, ma un bombardamento di ritmi elettronici e venature rock che tengono i nervi dello spettatore in costante tensione che, in contrasto con il buio, confonde e annoia lo spettatore.
L’obiettivo di Renda, infatti, non è intrattenere né tantomeno far ridere (e di fatto lo spettacolo non diverte nel senso canonico) ma utilizzare il modello aristofanesco come base per una riflessione spietata sul potere e sulle guerre contemporanee. La scena finale, in cui la delegazione degli dei scende a patti con l’uomo in cambio del fumo di carne arrostita, rivela il volto più cupo dell’utopia: la pace si fonda sul sacrificio di “uccelletti” giustiziati perché ritenuti traditori, trasformando il sogno di una società perfetta in un nuovo, sofisticato mattatoio.
Tra costumi moderni dal taglio street e la ieraticità delle maschere orientali, lo spettacolo di Renda ci mette davanti a uno specchio deformante, suggerendo che ogni fuga verso la libertà, se priva di una reale trasformazione del sé, finisce inevitabilmente per replicare la stessa ferocia dei padroni che si volevano abbattere, portando Spietaldo a incarnare, nel finale, l’impietosa brutalità suggerita dal suo stesso nome. Un’opera molto attuale, forse non immediata ma sicuramente oggetto di riflessione per tutti noi.
Roberto Ciapponi (4°La, Conti)
Sapevate che anche gli antichi dei greci, esseri immortali dalla immensa potenza, potevano essere sottomessi a qualcun’altro ? Io sinceramente prima di quest’opera no e adesso, se andrete avanti con la lettura, vi spiegherò anche come, confrontando il tutto con l’attualità.
Prima però, vorrei dare qualche piccolo dettaglio sull’opera, vista il 12/03/2026 al teatro litta, dopo aver approfondito la trama, con la scuola.
La commedia è una rivisitazione, a cura del regista Filippo Renda, dell’opera “Uccelli” di Aristofane, commediografo greco che la scrisse intorno al 414 a.c, per un concorso letterario al quale arrivò secondo..
Attraverso la storia della fondazione di una città tra le nuvole, nata con la collaborazione tra due ateniesi fuggiti da Atene e gli uccelli, futuri abitanti di questo regno, da cui deriva il titolo, vengono toccate tematiche come il cambiamento climatico, l’uso e gli effetti della propaganda, lo sfruttamento e tanti altri, che arrivano alla mente, senza neanche accorgersene mentre si assiste a questo spettacolo; tutti trattati in soli 85 minuti, mentre altre opere ne impiegherebbero molti di più.
La trama segue le vicende di Pisetero e del suo assistente Beffangelo che, dopo aver lasciato la loro casa perché diventata ”invivibile” e troppo corrotta vanno alla ricerca di Upupa, vecchio re di Tracia che venne tramutato in uccello, per chiedergli se avesse visto dall’alto un posto adatto a fondare una nuova polis, rendendosi presto conto che proprio lo spazio percorso dal vecchio re, il cielo, poteva essere il posto ideale, la soluzione a tutti i problemi, perché in una posizione molto strategica.
Dopo un primo approccio scontroso alla proposta, dovuta alla diffidenza nei confronti degli umani che distruggono gli alberi e quindi le case degli uccelli, il protagonista riesce a persuadere i volatili, promettendogli un enorme potere e facendogli notare come tutte le altre creature viventi fossero sottomesse a loro, dagli umani che la mattina si svegliavano con i loro canti, a Zeus che per essere rappresentato utilizza un aquila, ponendola anche sul proprio trono.
Pisetero, con le sue doti persuasive, ottiene il trono di questo nuovo regno chiamato Nubicuculia perché sorto sulle nubi, tramutandosi poi anche lui in un uccello e cambiando il suo nome in Spietaldo, ad indicare il cambiamento del personaggio, che deciderà poi di sfruttare il vantaggio che hanno per bloccare, con un enorme muro, i fumi dei sacrifici dedicati agli dei e dichiarargli guerra; dagli umani invece si inizieranno a far venerare come le nuove divinità, minacciando di distruggere i loro raccolti in caso contrario.
La carestia nell’Olimpo, dovuta alla mancanza di cibo, spinge gli dei a mandare Iride, la loro messaggera, a parlare con Spietaldo per chiedergli di cessare questa guerra ma il sovrano, con disprezzo, la scaccia via, come aveva fatto con degli altri funzionari che volevano invece servirlo.
L’opera si conclude dopo l’arrivo di una seconda delegazione, formata da Poseidone, Eracle e la divinità barbara Triballo, alla quale l’ormai dittatore chiede e ottiene, come condizione per la fine della guerra, di sposare Regina, colei che fornisce i fulmini a Zeus, diventando quindi il signore del mondo. Lo spettacolo termina mostrando Spietaldo sul suo trono che viene avvolto dal suo muro, rappresentato come un telo che scende dall’alto del palco, a simboleggiare la riuscita del suo piano grazie proprio al divisorio che aveva fatto costruire.
Lungo la storia, si possono trovare vari spunti su cui poter riflettere, come il voler fuggire dalla vita reale, scelta che ha portato alla creazione della città, ma che ricorda come gli umani preferiscano fuggire dai problemi al posto che provare a risolverli, oppure ignorarli e andare avanti, come anche oggi succede con il cambiamento climatico e tutte le ingiustizie che ogni giorno sentiamo, ma a cui siamo diventati indifferenti.
Altri grande argomenti riguardano invece la sete di potere che alcune persone hanno, che le porta a volerne sempre di più, e il potere della propaganda e della persuasione, che riesce a far cambiare idea “seducendo” con promesse che fanno leva sugli interessi personali e assicurando che esse verranno rispettate, come diventare più ricchi o vivere meglio, cose che però quasi mai portano a dei cambiamenti se non a chi le promette.
Ultimo grande concetto di cui parla è quello dello sfruttamento, in quanto nel corso della storia Pisetero inizia a sfruttare gli uccelli, ordinandogli cosa fare e usandoli fino allo sfinimento, come suoi servi.
Per mettere in scena questa commedia, contrariamente a come si potrebbe pensare, è stata utilizzata un’ambientazione cupa e tetra, con scene eseguite prevalentemente con luci scure o illuminate solo da delle torce e, come oggetti di scena, solo una sorta di castello, che ricorda quello per gatti, ma per umani, usato sia come albero per gli uccelli sia come trono per il re e, in alto, una rete di seta bianca a simboleggiare la presenza del muro tra il cielo e la terra.
Gli attori in scena erano solo cinque, quattro donne vestite di scuro, che si dividevano i ruoli degli uccelli, di Upupa, delle varie divinità e di Beffangelo, cambiando da un personaggio all’altro con l’utilizzo di maschere, e un uomo a interpretare il protagonista, fondatore e capo di Nubicuculia.
Soprattutto nella parte iniziale è stata utilizzata molto la macchina per il fumo, che ha permesso agli attori di coinvolgere di più il pubblico, facendogli usare l’immaginazione. Un esempio è sicuramente la scena in cui arrivavano tutti gli uccelli, che venivano rappresentati dicendo la specie e facendo passare dei lampi di luci, generati da delle torce, in mezzo a questo fumo fitto che si era creato.
Ritengo che questo passaggio appena descritto, anche se onestamente a teatro non mi piace quando viene usata la macchina per il fumo perchè mi da fastidio, sia stata la migliore di tutta l’opera proprio per l’unione tra le torce e la nebbia, che mette in evidenza i fasci di luce, cosa che non avevo mai visto in nessun altro spettacolo.
Un altro momento in cui il pubblico è stato coinvolto è stato quando il re di Nubicuculia, per pronunciare un discorso in cui rifletteva su come, togliendo il cibo agli dei, l’olimpo sarebbe caduto, si era rivolto direttamente al pubblico avvicinandosi .
Il coro di uccelli, originariamente prevista da Arisofane, viene reinterpretato e ridotto alle sole attrice, perchè questo elemento non cambia l’opera, anche se farlo con più persone e aggiungere dei veri canti, ritengo che avrebbero vivacizzato un pò lo spettacolo ; la scelta comunque è stata motivata dal regista dal fatto che questo elemento servisse solamente a stupire i giudici della giuria del concorso del 414 a.c., non andando ad aggiungere nulla alla trama.
Dando un parere personale, ritengo che questa rappresentazione non fosse come me l’ero immaginata e il troppo utilizzo di toni scuri e di musiche cupe e ad alto volume, li ho trovati molto pesanti perchè al di fuori della mia visione di commedia e di satira che, secondo il mio umile pensiero, ritengo debbano si trasmettere dei messaggi e far ragionare le persone , ma facendole anche ridere, non dico sempre, perchè andrebbe a stancare, ma almeno in alcuni momenti.
Ho apprezzato invece l’uso delle maschere, tutte diverse le une dalle altre e usate anche per rappresentare più di un personaggio, che mi ha riportato alla mente, penso in maniera voluta, proprio le opere greche, creando un elemento di continuità tra la rappresentazione originale e questa completa riscrittura, come a voler fare un salto indietro nel tempo.
Tutti gli spunti di riflessione proposti, elencati precedentemente, li ho trovati molto legati alla società moderna e ben rappresentano la grande indifferenza che si sta diffondendo verso : la politica, dove ormai sembra che solo poche persone decidano per tutti gli altri; lo sfruttamento di bambini e anziani soprattutto nei paesi in via di sviluppo, dove lavorano per poco in fabbriche di multinazionali per produrre abiti o altro e , ultimo ma non meno importante, nei confronti della nostra stessa specie vivente che, insieme a tutte le altre, potrebbe estinguersi per colpa nostra, che non rispettiamo più il pianeta in cui viviamo. Il discorso su questo ultimo punto viene pronunciato all’inizio, quando Pisetero, tra le varie motivazioni che dà per essere fuggito, dice :“Ero stufo di vivere in una città in cui l’aria era diventata irrespirabile e in cui non c’era neanche un albero, perché sostituiti da colate di cemento e case ”. Il breve discorso, secondo me, racchiude tutto il problema, cioè il fatto che siamo diventati per la terra come dei “batteri” da dover eliminare, perché lo sfruttiamo e lo danneggiamo, sostituendo all’ambiente le nostre costruzioni. In aggiunta, come la maggior parte degli umani hanno e da come si può osservare nell’opera, viene evidenziata anche la tendenza ad accentrare su se stessi il potere e le attenzioni, come adesso succede, per esempio quando continuiamo a ripetere che è il mondo a soffrire e dobbiamo salvarlo, quando non possiamo noi umani distruggere questo pianeta in maniera letterale, ma sarà solo il tempo o un qualche evento eccezionale, anche tra miliardi di milioni di anni, quando quasi sicuramente saremo già estinti, a distruggere questa sfera rotante .
Tutte queste critiche non erano per niente presenti nel testo originale, perché l’opera non aveva l’obiettivo di giudicare qualcosa, ma solo di vincere il concorso, ma sono tutte state aggiunte con la reinterpretazione che ritengo il regista abbia fatto in maniera molto adeguata, riuscendo ad unirli e a contestualizzarli in maniera tale da farli sembrare da sempre presenti in essa, come se fosse originariamente nata per racchiudere questi spunti di riflessione.
Tirando un pò le somme di questa lunga recensione, che vi ho attirato a leggere con la promessa di come sottomettere gli dei, ritengo che la riscrittura della commedia “Uccelli” di Aristofane sia stata da un lato molto interessante, perché accende dei nuovi fari su tematiche di cui a volte sentiamo parlare, ma di cui purtroppo non ci occupiamo, come se fossero diventati luci affievolite dalla relativa “lontananza” che hanno da noi, mentre invece sono molto più presenti anche nella nostra società, molto più di quanto possiamo immaginare.
Dall’altro lato però, avrei preferito vedere una commedia con toni meno pesanti e una scenografia più luminosa e accesa, per rendere ancora più partecipe lo spettatore e farlo riflettere facendolo però anche ridere e magari mostrando di più come si viveva in questa utopia nel cielo, di cui abbiamo visto solo la fatica che provano i volatili nel costruire e gestire il muro di Spietaldo, mettendola in scena , come raccontava lo stesso regista, facendo affaticare sempre di più il respiro agli attori man mano che si andava avanti con le scene e con i discorsi, per accentuare lo sfruttamento subito dal dittatore che alla fine li aveva resi liberi dalle persone, come aveva promesso, ma suoi schiavi.
Scusandomi ancora per la lunghezza della recensione, in cui mi sono dilunguato abbastanza, ma per poter trattare al meglio tutto il neccessario, penso che sia consigliabile a tutti di andare a vedere questa opera, che può darvi, mentre si osserva la creazione di una dittatura, tanti argomenti su cui si dovrebbe più spesso riflettere e agire; mi raccomando però, non bisogna partire pensando che sia una commedia divertente, ma il racconto di una storia cupa, di una dittatura opprimente che ti priva di ogni libertà, se no ne rimarrete un pò delusi come è successo a me.
In aggiunta non toglie neanche tanto tempo, perchè è bene ricordare che racchiude tutto quel che vi ho raccontato in solo 1 ora e 20 circa, meno del tempo che ho impiegato per fare e rileggere questa recensione lunghissima !
Grazie a tutti per l’attenzione e buon proseguimento di giornata.
Francesca Cloe Di Genova (4°A, San Carlo)
Andare a vedere un classico come La Signora delle Camelie nel 2026 può sembrare un po’ una scommessa: cosa può dire ancora a noi la storia di Marguerite Gautier? Eppure, varcando la soglia del Teatro Fontana lo scorso 16 aprile, la sensazione è stata tutt’altro che datata.
La regia di Giovanni Ortoleva ha deciso di ripulire il dramma di Alexandre Dumas figlio dai soliti dettagli romantici, portando sul palco una versione decisamente più cruda e vicina alla nostra sensibilità. Non è stata solo la cronaca di un amore tragico, ma un’analisi spietata su come la società (ieri come oggi) finisca per schiacciare chi prova a vivere fuori dagli schemi.
“Mi ha colpito la violenza dell’amore tragico”, afferma il regista, e proprio questa violenza è stato l’elemento più ricorrente e forte di tutta la rappresentazione: le urla di Marguerite, il linguaggio aspro e, in certi casi, crudele che era enfatizzato dall’uso di espressioni forti ne sono perfetti esempi.
L’attenzione degli spettatori è stata sicuramente incrementata non solo da questo aspetto ma anche dal ritmo incalzate che ha caratterizzato l’intero spettacolo.
Una scena in particolare che richiama l’utilizzo di questi dettagli è quella della roulette, caratterizzata da un imponente presenza di momenti violenti, in cui Armand, interpretato da Alberto Marcello, rimasto con soli pochi averi, decide di scommettere tutto quel che gli rimane e vince. In questo episodio il ritmo risulta frenetico e addirittura assillante a causa delle forti grida degli attori e il continuo movimento di Armand attorno alla roulette.
L’accuratezza della ricostruzione storica si manifesta con evidenza negli abiti ottocenteschi, ma la profondità dell’opera emerge soprattutto attraverso particolari più discreti e carichi di simbolismo. Risulta particolarmente efficace la scelta di porre l’accento sulla camelia bianca lasciata dal padre di Armand al termine del drammatico colloquio con Marguerite: in quel fiore abbandonato si concentra visivamente la richiesta di sacrificio e il peso delle convenzioni sociali che impongono la fine della relazione tra i due amanti. Questo dettaglio, quasi nascosto tra le pieghe delle azioni, trasforma un elemento scenico in un potente strumento comunicativo, capace di restituire allo spettatore tutta la tensione emotiva e la tragicità della rinuncia della protagonista senza necessità di ulteriori spiegazioni.
Un elemento che mi ha colpito tantissimo è stata la scelta di trasformare la voce narrante, che all’inizio sembra quasi un osservatore a parte, in un personaggio che entra in scena: Alexandre Dumas figlio. Questo passaggio non è solo un colpo di scena, ma un vero e proprio richiamo all’autore che cambia tutto il modo di vedere lo spettacolo.È come se il confine tra la realtà e il teatro crollasse: vedere Dumas che “vive” la sua stessa opera ci ricorda che La Signora delle Camelie ha radici profonde nel suo vissuto personale. In questo modo, la storia di Marguerite e Armand smette di essere solo un racconto d’epoca e diventa una memoria viva, quasi una confessione. Questa presenza costante dell’autore sul palco dà molta più intensità a ogni scena, perché ti fa percepire che dietro ogni parola c’è il peso di un ricordo reale e sofferto, rendendo il tutto incredibilmente più intimo e coinvolgente per noi spettatori.
Emma De Stauber (4°A, Berchet)
Cosa accade quando un uomo, stanco di vivere ad Atene dove ”più non si respira”, fonda una città sulle nuvole con l’aiuto di numerosi uccelli tanto bizzarri quanto furbi? Il primo a rispondere – nonché a formulare la domanda – è stato il greco Aristofane, più di duemila anni fa, nella commedia “Uccelli”; a rivisitare in chiave moderna l’interpretazione originale è il regista Filippo Renda, che ha deciso di portare in scena una riscrittura dell’opera al teatro Litta di Milano.
Il primo elemento che salta all’occhio è inevitabilmente la scenografia, suggestiva e buia, che incute un certo senso di mistero; in scena sono presenti solo pochi oggetti, ognuno di essi essenziale a intendere ciò che il regista vuole comunicare: si va da un’impalcatura che simboleggia un albero, a un’enorme rete che viene calata dal soffitto del teatro per rappresentare il muro della città.
Un altro elemento alquanto singolare sono le grandi e stravaganti maschere utilizzate per dare un volto agli dei e ad altri personaggi, proprio come nel teatro dell’antica Grecia. Esse sono caratterizzate da occhi e nasi enormi, capelli rosa e azzurri e castani ben acconciati o spettinati, bocche chiuse o aperte come per dire qualcosa, occhi stralunati… tutti particolari che trasmettono alla perfezione gli stati d’animo dei personaggi che le indossano, che vanno dalla paura all’incomprensione, dall’inganno alla disperazione.
Un classico delle commedie di Aristofane sono i cosiddetti “nomi parlanti”: nella commedia originale, il protagonista si chiama Pisetero, il cui nome si rifà al verbo greco che indica la persuasione; Spietaldo è, invece, il nome del protagonista di Renda, che rivela il suo nome verso la fine dell’opera, nonostante gli uccelli gli abbiano chiesto più volte di palesare la sua identità.
Così come nel passato, le parti cantate dal solo coro godono di un accompagnamento musicale, che rafforza il significato delle parole che questo sta cantando. Le musiche scelte hanno un ritmo incalzante e apparentemente incessante e incutono nel pubblico una strana sensazione di ansia e dubbio per quello che potrebbe avvenire da lì a pochi momenti.
Nella commedia di Aristofane sono frequenti le battute di spirito che danno spunto a una serie di riflessioni sulla situazione politica, economica e sociale della Grecia sua contemporanea. Ed è quello che tenta di fare anche Filippo Renda, sebbene con poco successo: alcune battute non facevano ridere o erano difficili da capire, ed è veramente un peccato se si tiene conto del fatto che questi scherzi hanno lo scopo ben preciso di risollevare gli animi turbati dell’audience che, dopo certe battute molto tristi e cupe, sicuramente non è serena; ma forse era proprio questo l’intento di Renda, ovvero inquietare gli animi degli spettatori, farli tornare a casa con qualcosa su cui ragionare: non far ridere, solo riflettere.
Gli attori sono pochi, si contano sulle dita d’una mano, ma, nonostante questo, sono in grado di destreggiarsi egregiamente tra un personaggio e l’altro senza mai arrivare tardi sulla scena o sbagliare una battuta. Renda fa una scelta alquanto particolare per quanto riguarda il coro e il suo ruolo: è composto unicamente da donne, una scelta alquanto curiosa se si tiene conto del fatto che queste nella Grecia antica non potevano recitare. Questa scelta ha un valore altamente simbolico: donne che vengono apparentemente abbindolate da un uomo che promette loro un futuro spensierato e pacifico. Sfortunatamente, in pochi casi avviene nella realtà quello che viene narrato nella commedia, ovvero il “riscatto”: gli uccelli, infatti, sul finire della commedia, riescono a liberarsi del loro oppressore e a prendersi gioco di lui. Anche per questo aspetto la riscrittura di Renda si differenzia da quella di Aristofane, che, infatti, terminava con la totale tirannia di Pisetero, il quale, per affermare il suo infinito potere, sposava l’incarnazione di questo, ovvero la regina Basileia. Nel recente rifacimento, invece, la storia si conclude quando la stessa immensa rete che una volta simboleggiava il muro della città viene fatta calare molto lentamente su Spietaldo. Questa simboleggia il potere che, per quanto possa sembrare ed essere intrigante all’inizio, alla fine si rivela per quello che è realmente: soltanto un’effimera illusione e una costante oppressione che, ingannando fino allo sfinimento, si ritorce contro colui che ha avuto la brama o l’ingenuità – o forse entrambe – di volerlo assaporare.
Viola Fumagalli (3°CL, Setti Carraro dalla Chiesa)
Buio, nebbia spettrale, atmosfera surreale, inizia a sentirsi una musica, la musica pian piano si intensifica, diventa sempre più martellante e glaciale, e per finire un coro di uccelli. La musica parte e con essa una danza, una danza intellettuale, folle, sembra quasi una possessione. Anche il pubblico comincia a sentirsi partecipe di un momento speciale, è quasi una connessione. Il pubblico si sente trascinato in questa danza frenetica, che ricorda un tempo lontano, riprende i riti della pizia e dei suoi responsi e rimanda a questo aspetto mistico e surreale tipico della società greca. Così comincia lo spettacolo “Gli Uccelli” di Filippo Renda, tratto dalla commedia omonima di Aristofane. Una storia che narra di un uomo, Spietaldo, alla ricerca di una città priva di corruzione e quindi catapultato in una città ideale, abitata solo da uccelli, dove però prende il potere ogni giorno di più, diventando alla
fine un dio. È uno spettacolo ricco di pathos, l’atmosfera è molto cupa, sinistra, a volte angosciante, anche grazie all’interpretazione degli attori che riescono a dare appieno l’idea di questo mondo utopico. Il protagonista Spietaldo, interpretato da Claudio Orlandini, è un uomo pervaso dal desiderio di potere che durante la rappresentazione compie un percorso psicologico. Si presenta in scena con gli occhi bendati, quasi a voler simboleggiare il rifiuto per il mondo esterno o per la verità. Lui si immagina e fantastica un mondo utopico, non guarda la realtà, non la considera. L’intermezzo è quasi un rito, una danza continua che poi lo condurrà all’ascesa al potere, da capo a profeta, poi re e addirittura a Dio. La sua figura è in netto contrasto con il coro di quattro uccelli, interpretati da Maria Canal, Simona De Leo, Lisa Mignacca ed Eleonora Mina. Loro fungono da cornice di ogni scena, danzano, cantano, entrano in contatto l’una con l’altra, formano un’ambientazione quasi inquietante e angosciante, molto esagerata, o forse troppo distante da Aristofane. Anche qui la scenografia collabora, l’atmosfera è cupa, sinistra e inquietante, forse più adatta a un film horror?
Gli uccelli appaiono come streghe sconnesse dal mondo reale, Spietaldo è altrettanto esagerato, l’interpretazione sembra quella di un filosofo allo sbaraglio. La musica è techno, moderna e incalzante. Nel complesso è un flusso continuo, in cui sono coinvolti i personaggi e il pubblico. La rappresentazione risulta molto moderna, una riscrittura libera e aperta all’interpretazione. Certo, ricorda molti leader politici passati e contemporanei che partono da intenzioni positive, il sogno di cambiare il mondo e costruire una società migliore, ma poi arrivano il potere, i soldi, le fascinazioni della leadership e rinunciano agli ideali per cui lottavano con foga, piegandosi alla convenienza del momento. Convincente? A mio avviso non del tutto. Forse politicamente corretto? Forse scontato in un momento in cui tutto il mondo critica le posizioni di Trump e la sua politica estera aggressiva. Ma anche a non voler politicizzare la lettura, resta troppo distante dallo stile e dalla poetica di Aristofane: un mondo surreale, lugubre, nero, che non appartiene al commediografo. Le scene risultano troppo enfatizzate, spesso in modo macabro e oscuro, mostri, uccellacci, divinità fantasma. Si sa che diluire un buon brodo lo rende spesso cattivo e insapore, un concentrato di idee che forzano la natura originaria della commedia. Ho trovato le scene sconnesse e lente, spaventose a tratti, ma spesso accompagnate dal dolce russare del vicino di posto. Più che una commedia, un film horror di una nebbiosa serata d’ottobre. Sarebbe piaciuto ad Aristofane?
Matilde Ghiggi (2°C, Einstein)
“Meglio morto CHE disoccupato”, questa è l’idea che molto probabilmente è passata almeno per una volta nella testa di molte persone.
“Meglio morto che disoccupato” questo è il pensiero che risiede nella testa degli operai dell’Ilva di Taranto.
“Meglio morto che disoccupato” questa è la frase che risuona, nel teatro, durante lo spettacolo Ilva Football Club.
Lo spettacolo Ilva Football Club, portato in scena dalle compagnie Usine Baug e Fratelli Maniglio, è un esempio forte e coinvolgente di come, attraverso una storia semplice ma intensa, si possa raccontare la realtà difficile della “città sacrificabile” di Taranto, segnata dalla presenza dell’Ilva, la più grande acciaieria d’Europa, le cui polvere tossiche hanno causato gravi malattie e numerose morti tra gli abitanti, soprattutto tra i bambini.
La vicenda si sviluppa unendo due storie che, all’apparenza, c’entrano poco l’una con l’altra: da una parte c’è la storia di una famiglia legata alla fabbrica, dall’altra quella della Sidercalcio, una squadra formata da operai che cercano nel calcio una valvola di sfogo, ma anche una possibilità di riscatto. In mezzo, il piccolo della famiglia che, malato, vive attraverso i racconti del padre le vicende dei giocatori della Sidercalcio fin (quasi) alla fine della loro storica scalata, e ancora più in mezzo un narratore esterno che interviene riuscendo a legare quanto di irreale succede sul palco a dati ed eventi che invece sono reali.
La semplice ma impattante scenografia, con il piccolo televisore sul palco che trasmette spezzoni di partite della Sidercalcio mischiate ad immagini ed interviste dei cittadini di Taranto, aiuta e conivolge, come anche conivolge e impatta l’uso dei ventilatori, utilizzati in diverse scene soprattutto per innalzare simbolicamente le polveri e l’inquinamento causati dalla fabbrica, in modo da farci percepire il problema grazie a un forte impatto visivo.
Ed è qui che forse, almeno per me, arriva l’immagine più forte e che più rimane impressa: quella ripetuta e rallentata degli attori “spazzini” che, vestiti con tute anticontaminanti, cercano di cancellare (o forse di nascondere) il male fatto alla città sacrificabile, spazzando via le polveri sollevate dai ventilatori e poi cadute. Sembra quasi che le stesse persone che subiscono gli effetti negativi delle polveri vogliano suggerire agli spettatori di dimenticare, come se il male subìto sia un pegno da pagare per ricevere uno stipendio ed essere in grado di sostenere economicamente la propria famiglia.
Dove non arrivano a coinvolgere la scenografia e la presenza scenica dei cinque versatilissimi attori, entra infine in gioco qualcosa di più leggero: la scelta “furba” di usare lo sport come mezzo per raggiungere fasce d’età difficilmente raggiungibili in altro modo. L’insieme di tutto rende lo spettacolo interessante anche e soprattutto per persone molto lontane dalla realtà rappresentata, aiutandole ad immedesimarsi nei protagonisti.
Il tema centrale dello spettacolo rimane chiaro. Salute o sicurezza economica? Questa è la domanda che colpisce lo spettatore e lo costringe a riflettere.
Ilva Football Club non è uno spettacolo, è più una denuncia su quanto e cosa si debba e possa accettare quando si rincorre un’utopia. Iva Football Club è un teatro che emoziona, ma soprattutto che fa pensare, lasciando nello spettatore un senso di curiosità ed un grosso punto di domanda che rimbomba nella testa e che suona come: “Meglio morto Odisoccupato?” ponendo un dubbio che prima, forse, non c’era.
Annalisa Gulisano (4°A, Carducci)
È possibile che l’amore più celebrato e lacrimevole della letteratura occidentale non sia altro che un raffinato esercizio di violenza morale e narcisismo? È questa la domanda scomoda che aleggia tra le poltrone del Teatro Fontana di Milano, dove la regia di Giovanni Ortoleva (coadiuvato dal dramaturg Federico Bellini) mette in scena una versione de La signora delle camelie che è tutto fuorché una rassicurante storia romantica. La trama, nota ai più, segue l’ascesa e la caduta di Margherita Gautier (interpretata da Anna Manella), celebre cortigiana parigina che rinuncia alla sua vita agiata per l’amore di Armando Duval (Alberto Marcello). Ortoleva scava un solco profondo: assistiamo all’incontro fatale in un palchetto d’opera — mediato da Gastone (Vito Vicino) e dalla complice Prudenza (Nika Perrone) — e al successivo sacrificio di Margherita, indotta dal padre di Armando (Gabriele Benedetti) ad abbandonare l’amante per non macchiare l’onore della famiglia. Il finale non è solo una morte per tisi, ma una vera e propria riesumazione critica del personaggio femminile, strappato alla penna manipolatrice di Alexandre Dumas figlio.
L’elemento che più colpisce, e che funge da perno attorno a cui ruota l’intera narrazione, è il dispositivo scenico. Un palchetto d’opera all’italiana, montato su ruote e fatto girare dagli attori stessi, diventa ora salotto, ora camera da letto, ora spalto voyeuristico. Sebbene l’idea del “teatro nel teatro” sia concettualmente potente, devo confessare che, da spettatrice, ho faticato ad accettare una scenografia così spoglia e minimalista. La mia parte più legata alla tradizione e all’estetica classica avrebbe preferito una cura maggiore nella ricostruzione degli ambienti; mi è mancata quell’opulenza decadente, quel profumo di velluti e candele che caratterizza l’Ottocento e che permette di percepire visivamente il peso del lusso in cui Margherita è prigioniera. Questa nudità scenica, seppur funzionale a svelare i meccanismi del dramma, toglie un po’ di quel respiro storico che rende la vicenda così magnetica. Tuttavia, è proprio in questo vuoto che i costumi di Daniela De Blasio acquistano un significato importante. Mentre il mondo maschile e i “facilitatori” come Gastone e Prudenza vestono il nero della rispettabilità borghese (e dell’ipocrisia), Margherita emerge in un bianco virginale e abbagliante. Non è un caso: lei è l’Ifigenia di questa tragedia, la vittima sacrificale. I punti luce di strass e le perle sui suoi abiti non sono semplici decori, ma, come suggerito dalla produzione, rappresentano lacrime cristallizzate e una purezza d’animo che la società le nega.
La musica è un mix di distorsioni elettroniche e richiami d’epoca, agisce come un trapano che rompe la crosta del romanticismo mieloso. Insieme alle luci LED a vista, queste scelte ci dicono chiaramente che non siamo lì per sognare, ma per assistere a una vivisezione. Il palchetto rotante non è solo un arredo: è una teca espositiva, simile alle vetrine di un Red District contemporaneo, dove Margherita è ridotta a oggetto di consumo. È qui che Ortoleva compie l’operazione più interessante: Armando incarna una forma di mascolinità tossica. Lui non ama Margherita; ama l’idea di possedere e “redimere” l’oggetto proibito, rivelandosi un “uomo-bambino” che non accetta l’autodeterminazione della donna.
Il momento più alto e sconvolgente arriva nel finale, quando Margherita non si limita a morire, ma lancia un j’accuse feroce contro lo stesso Alexandre Dumas (personificato sul palco dal padre di Armando, in un geniale corto circuito tra autore e autorità paterna).
Questa rielaborazione moderna ci costringe a guardare Margherita come una donna che tenta disperatamente di riprendersi la propria voce.
Riflettendo sulle dinamiche attuali, è impossibile non vedere in questa Margherita il prototipo delle moderne vittime di un sistema che mercifica l’immagine femminile per poi condannarla moralmente. Nonostante la mia resistenza verso una scenografia che avrei voluto più curata e più fedele al contesto storico, riconosco che la forza dello spettacolo risiede proprio in questo attrito tra la bellezza dei costumi e la brutalità del vuoto circostante. Margherita muore e ri-muore sotto gli applausi, in un ciclo infinito di consumo teatrale, ma per la prima volta sembra dirci che, dietro le camelie e gli strass, c’era una persona che avremmo dovuto “amare un po’ meno, e capire un po’ di più”. È un pugno nello stomaco necessario, un capolavoro di crudeltà intellettuale che ogni studente dovrebbe vedere per imparare a leggere tra le righe del mito.
Virginia Lovero (3°C, Beccaria)
E’ con queste lapidarie ma intense parole che Marguerite suggella il profondo significato della riscrittura teatrale “ La signora delle Camelie”. Infatti, il regista Ortoleva accentua con un crudo realismo il tema centrale di questa tragedia: la pericolosa ossessione che può subentrare in una relazione amorosa. Egli scardina la patina romantica della storia, per rivelarne il lato oscuro e angoscioso. Sulla scena viene denunciato l’omicidio sociale e classista prepetrato ai danni di Marguerite da Armand, che con il suo feroce disprezzo e mania di controllo ha contribuito pesantemente alla sorte della fanciulla.
La giovane ragazza è vittima di una società ipocrita: affascinante e colta all’esterno, finta e corrotta nella vera realtà. A Parigi, verso la fine dell’ottocento, tutte le relazioni sono perfettamente regolate da insulse convenzioni borghesi. Tra queste rientra anche il principio secondo cui l’uomo può avere tante amanti, e regalare loro ogni raffinatezza,ma non deve assolutamente innamorarsi di loro, perché altrimenti una disonorevole onta sociale graverebbe sui suoi parenti. E’ una società in cui l’amore può esistere soltanto se approvato dalla famiglia, ma questo non assicura si tratti di sentimenti veri, ma piuttosto di contratti matrimoniali studiati a tavolino dai padri. Quindi in questo contesto, le giovani mantenute, in apparenza omaggiate da conti e duchi, vengono sedotte, sfruttate e abbandonate dai loro amanti, dei quali non ricevono più notizia, anche in punto di morte, come nella storia di Marguerite. Gli uomini che lei incontra nella sua vita sono interessati esclusivamente a possederla, ma non la amano davvero, infatti non la aiutano a cambiare vita, a trovare la sua strada. La dama è ridotta a un semplice e leggero passatempo, è “solo oggetto e mai soggetto”, come puntualizza il regista. Ortoleva calca questo tema nella narrazione in particolare nelle ultime scene , in cui l’infelice ragazza scrive lettere estreme dall’inferno, e poi muore in continuazione mentre Gaston, Prudence e Armand applaudono, gridando più volte “ancora”,incuranti del suo martirio interiore, da cui sembrano ricavare una piacevole soddisfazione. Nella drammaturgia il personaggio che incarna questi stereotipi e pregiudizi è il padre di Armand, George Duval, abile stratega nel determinare le sorti del figlio e della sua amante.
Egli, preoccupato a mantenere intatto l’onore della figlia, prima dissuade Armand a non impegnarsi in una relazione senza futuro, poi si reca da Marguerite per esortarla a interrompere ogni contatto con suo figlio. Però a differenza del testo originale Ortoleva nella scena finale aggiunge un dettaglio significativo: Marguerite rivolge la sua invettiva anche contro Alexandre Dumas.
Figlio, che, come Armand si lasciò manipolare dal padre, rimanendo per sempre “figlio”,come suggerisce il nome stesso. L’autore infatti si innamorò di una mantenuta, Alphonsine Plessis , che fu costretto a lasciare per ammonimento paterno. La riscrittura di Ortoleva, di forte impatto emotivo costringe l’uomo a interrogarsi sulle proprie esperienze relazionali, a scandagliare l’anima con le sue celate e rovinose passioni. Alla fine dello spettacolo subentra un’insolita e amara consapevolezza. Infondo, Armand, con la sua gelosia e desiderio di controllo è in tutti noi.
Orlando Maestri (3°, San Carlo)
Eutopia. Ma cosa significa? Esiste realmente come termine e concetto? E no, non è un refuso della parola utopia. Per capirlo allora, iniziamo provando ad immaginare una città. Una città progettata e costruita interamente da noi stessi, che sorge fra le nuvole, lontano dai problemi quotidiani e dalla realtà caotica e soffocante. Non è un luogo qualunque, ma un luogo buono. Un eutopia, appunto. (Dal greco eu-che in greco significa buono e topos, luogo. Letteralmente, il luogo buono). Tuttavia però, quando questo forte desiderio, questo sogno prende forma definitiva di potere e degenera in tirannide, allora questa città non è altro che un’ennesima prigione, destinata prima o poi a crollare. È anche questo la commedia Gli Uccelli di Filippo Renda. Un’opera in grado di offrire una lettura moderna della commedia di Aristofane, scritta all’incirca duemila anni fa. Non fatevi ingannare dalla parola “commedia”. Se pur l’ironia, il sarcasmo e i doppi sensi sono presenti, la rappresentazione di Renda è a tratti, quasi tragica. Infatti il regista riesce ad esplicitare quella verità velata di chi scappa da una gabbia e che se non impara a stare nel cielo aperto, finisce poi per costruirsene una tutta sua. La mise en scène è straordinaria: giochi di luci, creature mostruose (quasi spettrali), a dir poco grottesche e demoniache, dominano il palco in più occasioni. I dialoghi coinvolgenti e profondi, permettono al pubblico di seguire la narrazione senza distrazioni, aiutando l’osservatore a cogliere ogni minimo dettaglio. È proprio quest’ultimo particolare a fare la differenza, poiché, attraverso immagini o simboli (il non detto), come le ombre, emerge il tema conflittuale fra liberatore/sognatore e colonizzatore. Il desiderio di libertà, muta, paradossalmente, nel suo opposto. Spietaldo (già dal nome si possono intuire molte cose…), protagonista de Gli Uccelli di Renda, è molto umano, molto vicino al pubblico. Egli infatti spera, crede realmente in una città, in un mondo migliore, ma è poi la natura prevaricatrice dell’uomo ad imporsi. Da liberatore diviene colonizzatore della sua stessa terra e del suo stesso popolo. Tutto ciò avviene, per altro, in modo impercettibilmente subdolo e Renda in questo è un maestro. Nubicuculia — la Città delle Nuvole — nasce dunque come eutopia, un luogo sia bello, sia sicuro e soprattutto libero, fino a quando non muore come città assediata e conquistata. Gli uccelli, che avrebbero potuto essere il simbolo di un’esistenza libera dal peso del suolo e della storia, si trasformano in schiavi e sudditi. E il cielo, che per tradizione incarna il divino, l’infinito e l’assoluto, è territorio da occupare e sorvegliare. Forse è questo il messaggio più duro, e più moderno, che la regia di Renda sa restituire: il fatto che l’eutopia non è mai un luogo da fondare, ma uno stato dell’anima da custodire. E che ogni volta che si prova a costruirla mattone dopo mattone, legge dopo legge, muro dopo muro, si finisce inevitabilmente per ricreare una copia dello stesso mondo che si voleva abbandonare. La gabbia cambia forma. La prigionia resta. L’ultima scena è probabilmente la più emblematica fra tutte. Un telo trasparente, che idealmente raffigura la Città delle Nuvole, spersa lì, su nel cielo, man mano scende come se si stesse sgretolando fino ad avvolgere ed inghiottire del tutto Spietaldo, sommerso nell’oscurità. Da eutopia ad utopia, un luogo che non è stato né è, mai sarà.
Isabel Marino (3°H, Beccaria)
Sotto il cielo di Nubicuculia, l’utopia appare come una democrazia che ha trovato il coraggio di volare, un’illusione che Filippo Renda smonta pezzo dopo pezzo accompagnandoci nella sua riscrittura de “Gli Uccelli” di Aristofane lo scorso 11 marzo al Teatro Litta di Milano. In una Milano che mastica cultura classica per restituirla in forme contemporanee, l’operazione di Renda si presenta come un corpo a corpo violento con il testo originale, una drammaturgia che sposta l’asse gravitazionale dell’opera dalla satira politica collettiva all’abisso psicologico del singolo. L’impatto iniziale, tuttavia, è uno scoglio difficile da aggirare. L’apertura dello spettacolo si muove in un’atmosfera di estrema confusione: le coordinate spaziali, i personaggi e lo scopo ultimo dell’azione faticano a emergere tra le nebbie di una regia che, nel tentativo di decostruire il mito, sembra aver trascurato i cardini narrativi essenziali. L’orientamento infatti risulta arduo nonostante la previa lettura della drammaturgia aristofanesca. È una scelta rischiosa: il regista sacrifica la chiarezza del “dove” e del “chi” per inseguire un’estetica del caos che, inizialmente, appare più come una mancanza di dettaglio che come una precisa volontà stilistica. Lo spettacolo rivela una natura duale. Se la scenografia è stata ridotta all’osso, quasi a voler sfidare l’angustia del Litta, il risultato è un’alternanza di suggestioni potenti e vuoti ingiustificati. Laddove il vuoto dovrebbe farsi metafora del cielo, si percepisce talvolta solo un’assenza scenotecnica sottovalutata. Eppure, in questo minimalismo estremo, brillano momenti di rara potenza visiva: il coro degli uccelli, l’uso sapiente delle maschere e l’evocativa gestione del fumo restituiscono quel senso di “animalità” sospesa. La scena finale della rete, in particolare, segna il vero tramonto dell’ego di Spietaldo (Pistetero in Aristofane) un’immagine che riassume brillantemente il fallimento di ogni pretesa di onnipotenza. Come dichiarato da Renda stesso, il sostrato teorico su cui poggia l’operazione trova la sua origine nel concetto di “mysterium tremendum”: quell’esperienza di soggezione e vertigine che l’essere umano prova dinnanzi all’inconoscibile. Il regista sembra ricercare un equilibrio precario tra sforzo e virtuosismo tipico dell’antropologia teatrale, dove l’attore non si limita a rappresentare un volatile, ma diventa energia in tensione, una creatura che abita il limite tra la fatica muscolare e la leggerezza del volo.
Questa tensione sfocia in una dimensione rituale vicina al tarantismo: la musica martellante non è un semplice accompagnamento, ma una forza dionisiaca che trascina i corpi in una danza ossessiva, una purificazione o una condanna che trasforma il palcoscenico in un’arena di possessione. In questo contesto, il confine tra il desiderio di esprimersi (l’impulso vitale dell’utopia) e la sovraespressione (la degenerazione dell’ego che occupa tutto lo spazio) si fa sottile. Spietaldo non comunica più, ma sovraccarica il mondo della propria presenza, diventando una figura liminale tra l’eroe e lo sciacallo, elemento che strappa definitivamente l’opera dal genere della commedia per trascinarla nei territori del dramma cupo e allucinato.
Gli attori offrono una performance ottima, capace di infrangere la quarta parete con una fisicità prepotente, favorita dalle dimensioni ridotte della sala che rendono l’esperienza quasi claustrofobica nonostante il tema del volo. Restano però perplessità sulla manipolazione del messaggio originale dell’opera. Infatti Renda sostituisce la satira sulla democrazia ateniese con un finale rovesciato. Il regista pone l’attenzione sull’ipocrisia della fuga del protagonista: non si sfugge alla Storia volando più in alto, si finisce solo per guardare il proprio fallimento da una prospettiva più vertiginosa. Lo spettacolo è un’opera coraggiosa che lascia il pubblico con il fiato sospeso e un retrogusto amaro: il potere mette le ali, sì, ma spesso servono solo a cadere da più in alto. E noi saremmo capaci di volare senza calpestare chi resta a terra?
Federico Mistrorigo (3°D, Donatelli-Pascal )
Che cos’è l’amore? Questa è la domanda che sicuramente Emma si è posta più spesso nel corso della sua vita, alla disperata ricerca di un’esistenza che le permettesse di evadere dalla relazione coniugale monotona ed inadeguata alle sue aspettative con il marito, Charles Bovary. Probabilmente è questo il motivo scatenante che il regista Stefano Cordella e la drammaturga Elena Patacchini hanno usato nel loro spettacolo “Bovary”, ispirato al celebre romanzo ottocentesco di Gustave Flaubert, “Madame Bovary”, andato in scena al teatro “Litta” di Milano dal 18 al 30 Novembre del 2025.
Questo romanzo viene rivisitato e viene riscritto per uno spettacolo teatrale in chiave moderna e contemporanea mantenendo però tutte le fondamentali caratteristiche che Flaubert aveva concepito.
I personaggi di Emma e Charles rappresentano così una coppia caratterizzata dall’insoddisfazione e dalla disillusione dell’idea di amore rispetto alla realtà.
In questa relazione coniugale emergono le diversità di desideri ed ambizioni tra l’urgenza di sentirsi viva di Emma e l’indifferenza impassibile di Charles.
L’opera racchiude così in 70 minuti una vicenda caratterizzata da una forte e complessa emotività che induce il pubblico ad una riflessione personale sulla propria vita e sui problemi che possono sopraggiungere in una coppia nel momento in cui la passione si affievolisce e la monotonia prende il sopravvento.
Il pubblico è anche attivamente coinvolto durante la rappresentazione attraverso domande che gli attori rivolgono un pò tra loro e un pò agli spettatori, mediante le luci che modellano una scena fondamentalmente semplice e minimalista e per mezzo di suoni e voci che rimbombano come echi interiori.
Gli attori sono sicuramente molto affiatati ed in sinergia tra loro, entrando così perfettamente nel ruolo assegnatogli e facendo vivere un’esperienza molto suggestiva, anche grazie al ritmo, forse un pò troppo lento, dettato dal regista ma che permetteva di riflettere e di concentrarsi sulle scene principali e più significative della trama.
La rinuncia all’utilizzo di costumi o ambientazioni storiche ottocentesche rimarca la volontà di uno spettacolo moderno e leggermente distaccato dal romanzo, il che rende le tematiche affrontate ancora più attuali ed i messaggi più facilmente trasmissibili al pubblico.
Lo spettacolo teatrale “Bovary” vuole così rappresentare la crisi coniugale che si può manifestare in seguito all’indifferenza e alla monotonia e che provoca, inevitabilmente, una situazione drammatica di insoddisfazione e disillusione, facendo però da copertina per un significato molto più grande e profondo, ossia saper gestire le delusioni, le fatiche, la noia e il senso di insoddisfazione che la vita ci pone davanti.
Marco Pecorari (3°GT, Varalli)
Lo spettacolo in stile tragicomico, sogni 2.0 ospitato da Z.I.A. inizialmente sembrava un pò dispersivo e confusionale, ma con lo svolgersi delle vicende, è diventato più comprensibile e compatto.
La sala in cui è stato ospitato era piuttosto minuta, ma in uno spettacolo di questo calibro ha giocato a loro favore per renderlo più interattivo e la visione più chiara e scorrevole, la scelta di una luce soffusa è stata gradita essendo che il tema a cui gira attorno è riguardante i sogni e inizialmente le abitudini riguardanti il sonno, nella sala è presente un grande schermo, che ha aiutato durante lo svolgimento di esso e gli attori per far capire meglio agli spettatori lo scorrimento e gli avvenimenti in corso.
Gli attori avevano un ottimo linguaggio del corpo, di espressione, ottima presenza scenica, notevole forza drammatica e ottima gestione con il contatto emotivo e fisico del pubblico, era come essere all’interno dell’intera scena drammatica, l’idea dello spettacolo visionato è originale e unica nel suo genere, il pubblico all’interno della sala era molto coinvolto nelle varie scene proposte essendo uno spettacolo interattivo e non sembrava distaccato o infastidito, lo spettacolo ha fatto riflettere riguardo vari argomenti che affliggono il mondo moderno e potrebbero affliggere il mondo futuro.
Gli argomenti trattati più succosi sono la potenza e l’influenza del capitale nel mondo attuale e un futuro quasi inverosimile di un’apocalisse globale con una fuga dalla realtà, questi argomenti sono stati molto succosi perché in parte attuali come il capitale, prossimi, preoccupanti ed urgenti e sono stati trattati con un livello di comicità leggera, non troppo sopra le righe e con un senso di pressione riguardo i seri problemi citati implicitamente quasi minimo e spensierato, scelta molto intelligente per trattare argomenti di questo calibro che solitamente vengono visti dai mass media in modo esagerato e catastrofico.
E’ stato gradito il confronto finale con il pubblico in cui è stata richiesta l’interpretazione dello spettacolo in maniera personale delle persone presenti in sala, essendo uno spettacolo con un finale e interpretazione generale del dramma prettamente personale, ognuno in sala ha dato la propria visione e interpretazione dello spettacolo.
Tutto sommato lo spettacolo è stato gradevole, con una gestione delle varie situazioni poco confusionaria e godibile allo spettatore generale, è uno spettacolo consigliato a un pubblico interessato ad una tragicommedia ben costruita, fuori dagli schemi, interessante e che faccia riflettere su argomenti di attualità e di futuri possibili.
Letizia Romeo (4°E, Parini )
Musica techno al massimo del volume. La platea è scossa dal dubbio. Abbiamo sbagliato spettacolo? Prorompono allora quattro ragazze vestite di abiti scuri e bendate, che danno inizio ad una danza insolita, ogni tanto tirando un grido. Sì, abbiamo sbagliato spettacolo. E invece questo è l’inizio dell’adattamento de “Gli Uccelli” di Aristofane firmato da Filippo Renda, andato in scena lo scorso febbraio.
Dimenticate le piume candide e l’azzurro dell’Etere. La Nubicuculia di Renda è un incubo al neon con fumi industriali e ritmi elettronici martellanti che trasformano il palco del Teatro Litta in un club post-apocalittico. Al centro di questo caos c’è Spietaldo (Claudio Orlandini), un antieroe che non cerca la libertà, ma la vendetta. La sua non è la fuga romantica di chi vuole un mondo migliore, è la scalata sociale di un “escluso” che poi deciderà di farsi re in una discarica sospesa.
Gli uccelli – interpretati da un coro di quattro attrici formidabili – non sono creature celestiali, ma ibridi che sembrano sopravvissuti a un disastro ecologico. Si muovono tra luci taglienti e maschere, evocando un’umanità che ha barattato l’aria pulita con il consumo. Spietaldo convince lo stormo a costruire una muraglia per intercettare i fumi dei sacrifici umani e affamare gli dèi, ma nel farlo finisce per soffocare l’unica cosa rimasta pura: il cielo.
Mentre Aristofane puntava il dito contro l’imperialismo ateniese, Renda scava nell’abisso dell’ego contemporaneo.
La metamorfosi di Spietaldo è agghiacciante: da uomo bendato e bisognoso di guida, si trasforma progressivamente in un profeta grottesco, un tiranno circondato da una corte che lo venera solo per isolarlo meglio nel suo stesso delirio. È un crescendo claustrofobico: più la città sale verso l’alto, più l’aria si fa irrespirabile e l’umanità del protagonista svanisce. Orlandini rende perfettamente questo passaggio dalla timidezza smarrita a una brutalità impietosa, diventando il riflesso di quella brama di potere che oggi chiamiamo “successo” a ogni costo.
Il momento finale è una pugnalata allo stomaco: gli dèi, ridotti a una delegazione rassegnata, cedono il controllo dell’universo. È il fallimento definitivo di ogni ideale. La regia di Renda ci sbatte in faccia una verità amara: non esiste fuga possibile se portiamo con noi i vizi che hanno distrutto il mondo da cui scappiamo. Chi cerca di conquistare il cielo per possederlo, come fa Spietaldo, finisce inevitabilmente per dimenticare come si vola. Un’opera potente, cinica e necessaria, che trasforma un classico di 2400 anni fa nello specchio sporco del nostro presente.
Giovanni Salamone (3°B, Donatelli-Pascal )
E se la libertà che spesso cerchiamo nelle nostre vite sia nascosta nel nostro mondo ma semplicemente non in quello “reale” ?
Questa è la domanda che nasce dopo aver visto lo spettacolo “Sogni Zero”, ideato dalla regista Virginia landi e la drammaturga Eleonora Paris in seguito ad un’indagine basata sull’approfondimento del mondo onirico, svolta su una dozzina di abitanti del quartiere Niguarda di Milano. Inizialmente le due ideatrici avevano intenzione di creare uno spettacolo che raffigurasse i sogni degli intervistati; notando però che la maggioranza di essi non ricordavano i loro sogni Eleonora e Virginia decisero di soffermare la messa in scena proprio su questa amnesia.
La rappresentazione infatti si apre proprio con un’indagine sul sonno che coinvolge gli spettatori, a cui viene anche richiesto di impostare un timer sui loro telefoni in modo da segnare l’inizio e la fine di questo viaggio nel mondo onirico guidato da i due attori Gabriele Anzaldi e Giorgia Favoti. Il palco stesso nel quale si svolge lo spettacolo è molto ristretto risultando magari un po’ claustrofobico ma allo stesso tempo capace di coinvolgere il pubblico in questo percorso all’interno dei sogni, che viene però interrotto più volte da uno spot pubblicitario intento nel vendere sogni migliori in cambio di denaro, che simboleggia proprio come la realtà cerchi di impossessarsi anche dell’ultimo luogo al di fuori dell’ interesse del mercato.
Tutto lo spettacolo è organizzato volutamente, soprattutto nella parte iniziale che raffigura un sogno, in maniera “disordinata”, proprio per rappresentare la caratteristica illogica del mondo onirico; ciò però allo stesso tempo porta lo spettatore a faticare eccessivamente per comprendere il significato della messa in scena, che rischia di finire per intrattenere durante la visione ma poi non riuscire a far passare un messaggio chiaro a chi la guarda.
Nella parte finale viene proiettato un filmato del futuro nel quale viene intervistata una studiosa che parla del nostro presente in modo dissacrante, trattando alcuni aspetti, come il nostro sistema economico, che a noi oggi sembrano la normalità, con un punto di vista totalmente opposto che nel video appare come la prassi in questo futuro indefinito, portando lo spettatore per un’attimo a dubitare di alcuni concetti che ha sempre trattato come consuetudine.
Il filmato viene però interrotto prima di concludersi proprio dal timer impostato all’inizio dello spettacolo, segnando così la fine di questo viaggio all’interno del mondo dei sogni, che chissà, forse vuole essere per qualcuno uno stimolo che invita a cercare di vivere una vita non condizionata dall’eccessiva realtà che ci circonda o forse invece vuole semplicemente ricordarci che la vera libertà al giorno d’oggi è nascosta nei nostri sogni, di cui solo noi siamo padroni, e a cui forse a volte diamo troppa poca importanza: perció, la prossima volta che ti svegli ricordando ancora quello strano sogno, scrivilo; e non lasciare che finisca nel dimenticatoio come tutti gli altri.
Greta Patrizia Tuminiello (4°A, Carducci )
Per un attimo, tutte le storie a teatro sembrano cominciare allo stesso modo. Con il buio. Il palco del teatro Litta di Milano, il 25 marzo, subito si accende però di luci stroboscopiche, unite a una musica techno dal suono metallico. Si tratta dell’ultimo adattamento teatrale della commedia aristofanea “Gli uccelli”, di Filippo Renda. Maria Canal, Simona De Leo, Lisa Mignacca ed Eleonora Mina compongono un coro versatile e calamitante, mentre Claudio Orlandini veste i panni di Spietaldo, il protagonista principale, nel cui ruolo si riassumono due personaggi distinti all’interno della commedia di Aristofane, Pisetero ed Evelpide. Renda mette subito in chiaro nelle note di presentazione dello spettacolo che l’obiettivo del suo adattamento consiste nel “riflettere sul desiderio, sul potere e sulle possibilità (o impossibilità) di una reale trasformazione di sé e del mondo.” In effetti, la storia portata in scena narra di un anziano ateniese che si allontana dalla sua città perché ridotto in povertà e contrariato dal modo di vivere che questa gli offre. Finisce per raggiungere una città tra le nuvole, abitata dagli uccelli, creature di stirpe ancora più antica di quella degli stessi dèi. Gli uccelli vivono semplicemente secondo natura, procacciandosi cibo come bacche o semi, e in pace gli uni con gli altri, ignorando del tutto ogni tipo di legge. Upupa è il loro capo, anch’egli ignaro dei costumi degli uomini. Spietaldo, giunge tra gli uccelli spaventato e bendato, e viene accolto subito. Con il passare del tempo, però, è lui a suggerire agli uccelli come dovrebbero vivere: dapprima li convince che la loro superiorità sia conosciuta sia tra gli uomini sia sull’Olimpo, successivamente li persuade a escogitare piani per accrescere il loro potere, affamando gli dèì con una rete che blocca il fumo prodotto dai sacrifici fatti dagli umani sulla terra. Gli uccelli si lasciano guidare da lui, fino a che egli, accecato dal potere, non finisce per renderli suoi schiavi. Come un vero despota, si ritrova sempre più solo e minaccia con la violenza chiunque non lo soddisfi, persino divinità come per esempio Iris, messaggera dell’Olimpo. Il culmine della sua ascesa viene segnato dal matrimonio con Basileia, moglie di Zeus e della sovranità. Alla fine, però, dopo essere riuscito a sconfiggere gli dèi, cade vittima della sua stessa trappola, che come un’enorme rete lo ingloba e lo impiglia per sempre. Dal punto di vista registico, l’intenzione di modernizzazione del testo è abbastanza riuscita, nonostante della comicità del testo originale sia rimasto ben poco. Per stessa ammissione di Filippo Renda, le battute da ridere passano in secondo piano perché la parabola del protagonista vuole emulare quella dei potenti odierni, che spesso troviamo a deridere per scelte in apparenza folli, ma il cui potere smisurato può essere molto pericoloso. Per questo la comicità più “bassa” di Aristofane è stata quasi completamente rimossa, e le battute rese molto taglienti, politiche. Un punto a favore dello spettacolo è costituito sicuramente dalle scelte scenografiche, che pur non riflettono l’immagine spensierata che nell’immaginario collettivo ha la città degli uccelli. Le atmosfere sono cupe, i costumi dei personaggi sono ben pensati e coerenti con lo stile scenografico, in particolare quelli del coro, il quale si dimostra capace di ricoprire il ruolo di uccelli, di divinità, di mostri. Quest’ultimo, vero protagonista dello spettacolo, comunica estremamente bene con il corpo, avvantaggiato dall’apprezzabile scelta della musica techno, che rende al meglio lo stato confusionario e selvaggio degli uccelli. Lo Spietaldo di Claudio Orlandini è forse meno notevole, la sua interpretazione risulta più piatta, soprattutto nel ruolo di tiranno. Questo è l’unico personaggio ad apparire così vincolato al suo unico ruolo, e forse questa scelta nella sceneggiatura è volta a sottolineare la differenza sostanziale tra le caratteristiche umane che contraddistinguono Spietaldo dal resto dei personaggi, che hanno origine divina. Nella prima parte però riesce comunque a ingaggiare lo spettatore con un monologo ben riuscito e carico di pathos. La chiusura dello spettacolo, dal punto di vista registico, è certamente d’impatto; si scarica la tensione, e le aspettative del vecchio Spietaldo si rivelano per quello erano sin dall’inizio: egli odiava Atene non per il sistema in sé che vi vigeva, ma perché lui era schiacciato da esso. Appena invece egli trova il modo di sfruttare chi è più ingenuo di lui, si pone a capo dello stesso sistema che diceva tanto di aberrare, finendo per contraddirsi. Viene però punito dalla stessa trappola che aveva fatto costruire a protezione della città. Non sono mura, bensì una fitta rete che inesorabilmente gli cala addosso, imprigionandolo per l’eternità nel suo ruolo, mentre il sipario ne sigilla l’immagine.